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I gatti di Shinjuku, di Durian Sukegawa

  Da giovane l'autore si è visto negare occasioni d'impiego per il suo daltonismo; sul frigorifero di un bellissimo locale di Shinjuku è appeso un «ritratto di famiglia dei gatti». A esclusione di questi due fatti, il presente racconto è finzione. Non ha minimamente a che fare - neanche un po', nemmeno quanto l'unghia di un gatto - con alcuna persona o struttura organizzativa realmente esistente. Shinjuku è pieno di gatti. Me l'ha detto anche il mio compagno, che è stato a Tokyo qualche anno fa. Gatti che entrano ed escono dai locali, dai negozi, che passeggiano in strada, che chiedono cibo. Gatti che sono silenziosi testimoni della vita dei cittadini che passano le loro serate a bere, chiacchierare, ridere e soffrire nei piccoli localini di Goldengai.  Tra questi c'è Yama , giovane aspirante autore di sceneggiature, per ora tira a campare scrivendo domande per i quiz televisivi. Non riesce a trovare lavoro, perché daltonico. In prima persona, Yama ci racconta
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La fattoria dei gelsomini, di Elizabeth von Arnim

  Meno incantevole di Un incantevole aprile , ma sempre godibilissimo, La Fattoria dei Gelsomini è un divertissement alla Feydeau che mette in luce le storture moraliste dell'Inghilterra di inizio Novecento in un modo che molto ricorda, a suo modo, David Leavitt . Daisy Midhurst , bella vedova di mezza età, e la figlia Terry , bella ma ahimè ancora zitella, sono il fulcro della società mondana londinese e organizzano nella tenuta di Shillerton nel sud dell'Inghilterra, pranzi e weekend degni di nota e aperti solo a selezionati invitati – tra cui alcuni dei protagonisti: i coniugi Leigh Andrew e Rosie , Geoffrey, Mr Torrens , sir Lydford, Mr Topham eccetera. Motore della vicenda qui raccontata, uno scandalo che le colpisce direttamente e che scombussolerà il “bel mondo”; un “trauma morale” che costringerà Daisy a fuggire nella Fattoria dei Gelsomini, dono del suo defunto – e infedele – marito. Indubbiamente la Fattoria dei Gelsomini [...] era un luogo che favoriva il rilassam

Whale, di Cheon Myeong-Kwan

  Copertina e sinossi sono un po' fuorvianti rispetto a quello che è poi il libro. Sembrerebbe una sorta di fiaba/fantasy in cui elementi fondamentali sono gli animali e il rapporto che gli umani hanno con loro. In realtà non è proprio così. Whale è in effetti una fiaba: della fiaba ha alcuni elementi, tra cui cambiamenti inspiegabili, una donna guaritrice, dialoghi con animali, alcune ambientazioni, vecchie streghe con poteri sovrannaturali; è una fiaba molto contemporanea, a tratti macabra, che finisce non certo come una fiaba, ma che rappresenta sotto forma di archetipi i grandi giri di vite delle esistenze umane. Gli animali (balene, elefanti, api...) ci sono - anche se in misura molto minore rispetto a quello che sembrerebbe dalla sinossi - ma sono tutti metafora di altro da sé inconsci o paure o desideri... e anche questo è molto vicino al concetto di fiaba e di fantasy, soprattutto quando si ha anche fare con autori orientali. Non preoccuparti, bimba. Noi ci rivedremo un gi

La luce che manca, di Nino Haratischwili

  Non so come affrontarlo il commento a quest'ultimo romanzo di Nino Haratischwili , La luce che manca . È un libro che travolge, forse più ancora del primo dell'autrice, L'ottava vita (per Brilka) che trovai un capolavoro.  Quello che ho sempre detto sulle opere seconde degli autori di esordi eccezionali non vale per la Haratischwili, che in questo secondo romanzo, forse più intimista, più concentrato sulle persone, lei matura, approfondisce (sembra incredibile, ma è così), scava ancora più a fondo nelle vite e nei pensieri dei protagonisti.  Questa città è ancora mia? Posso ancora chiamarla mia dopo che mi sono persa così tante fioriture di lillà? Quand'è che una cosa cessa di essere nostra? Dov'è il confine oltre il quale il familiare diventa estraneo? Può diventarci estranea la nostra stessa infanzia? I personaggi sono tanti, diversi, tutti coerenti nel proprio percorso, tutti soggetti a cambiamenti fondamentali, dalle quattro protagoniste ai personaggi "

Un incantevole aprile, di Elizabeth von Arnim

 Incantevole. L'aprile e il libro. Mai aggettivo fu più azzeccato. È una carezza questo romanzo di Elizabeth von Arnim , uno di quei romanzi da leggere sotto un albero le cui fronde oscillano al vento, o in spiaggia, sul bagnasciuga, col mare tiepido che bagna i piedi; o su un balcone fiorito, o davanti a un camino... insomma, nel rilassamento e nella quiete. Ha il sapore del tè caldo e il profumo delle acacie in fiore.  La storia è semplicissima, quasi banale: quattro donne, molto diverse tra loro, si ritrovano per caso e desiderio di vacanza ad affittare un castello medievale a San Salvatore , in Liguria, per tutto il mese di aprile. Le quattro non si conoscono e si ritrovano a passare il tempo insieme, ognuna con il proprio carattere, le proprie paure, i propri motivi di fuga da un'Inghilterra da cui, ciascuna a suo modo, si sentono soffocare. La "colpevole" della faccenda è Lottie Wilkins , sposata a un avvocato - Mellersh - egocentrico e avaruccio abituato al co

I Netanyahu, di Joshua Cohen

Per questo libro lascio la parola ad Antonella Cicalò, che penso sia particolarmente adatta per scriverne un commento Mi capita tra le mani a proposito questo agile libro con cui  Joshua Cohen  ha vinto il Premio Pulitzer nel 2022:  I Netanyahu. Dove si narra un episodio minore e in fin dei conti trascurabile della storia di una famiglia illustre . Alla luce drammatica della cronaca internazionale, sembra un'impossibile coincidenza che lo scrittore abbia a suo tempo scelto un intelligente  escamotage  per calarsi nella parte di un professore ebreo alle prese con il padre, la madre e i fratelli del futuro premier israeliano. Ancora oggi la trasformazione magica di vecchi rancori resta il processo principale attraverso il quale gli immigrati si nativizzano: rinnovare il conflitto significa integrarsi. Vero è che un aperto malcontento serpeggiava in Israele per i provvedimenti sulla giustizia, che allarmavano non poco la parte più intellettuale, giovane e progredita del Paese. Quella

Tre vite una settimana, di Michel Bussi

  Che bello! Che-be-llo! Metterò quest'ultimo Tre vite una settimane tra i migliori libri di  Michel Bussi  insieme a Ninfee nere , Quaderno rosso , Nulla ti cancella   e La mia bottiglia per l'oceano , sia per costruzione della trama che per ambientazione.  Cosa ricordiamo di noi, una volta sgualcite le nostre vite? Noi, povere marionette. Siamo solo esseri di panno e di carta. Un giorno ci animiamo, crediamo di vivere, crediamo di essere liberi, guardiamo da un'altra parte per non vedere i fili di nylon e le scene di cartone, abbiamo paura che lo spettacolo si fermi, che il sipario cada come una mannaia e che torniamo a essere quello che siamo sempre stati, un giocattolo sballottato da forze invisibili per il tempo di ballare un po' nella luce prima di essere nuovamente riposto in un cassetto, al buio. Non ce n'è: quando Bussi è in forma scrive dei gialli che non sono mai solo gialli, ma veri e propri romanzi, introspettivi, profondi; tocca i temi del romanzo fa