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Marina Bellezza, di Silvia Avallone

Marina Bellezza, Silvia Avallone

La libertà non è una cosa positiva, è una cosa che ti fa un male cane. Però alla fine ci devi passare, per forza.
Marina Bellezza è «una sorta di Grace Kelly con la malizia di Belen Rodriguez» (simile, ma molto più interessante di Beatrice di Un'amicizia), che sogna di diventare una stella della televisione grazie alla sua splendida voce e alla sua spregiudicatezza. Andrea Crucino «era un uomo libero, un malgaro che leggeva in latino in un angolo sperduto a nord-ovest, nel cuore nudo e invisibile del mondo». Cos’hanno in comune queste due anime, che si fuggono e si riacchiappano continuamente, in una spirale ossessiva di gioie incontenibili e dolori devastanti? Hanno la Valle Cervo, Andorno Micca, Piedicavallo e le Alpi Biellesi. 
Il governo provvisorio stava facendo il possibile per salvare l'Italia, ma da quassù l'Italia era un luogo immaginario a distanza siderale.
Hanno le cicatrici di un passato difficile, ognuno a modo suo, a causa delle rispettive famiglie: Marina, figlia unica di genitori improbabili, una diciassettenne ignorante e poi alcolizzata, Paola, e un figone dedito al gioco e alle donne, Raimondo Bellezza, adorato padre degenere. Andrea, secondogenito non voluto del sindaco del paese, ricchissimo e fascista. Entrambi hanno fame di riscatto: lei usa la sua bellezza, la sua sfacciataggine e la sua voce, fregandosene di cosa pensano in paese perché tanto lei se ne andrà: andrà a Roma, a Milano, sulle reti nazionali e diventerà un volto noto e nessuno si permetterà più di dire niente su di lei o sui suoi genitori. Andrea vuole dal padre la vecchia cascina di famiglia per ritirarsi a fare il malgaro producendo macigno con quindici mucche, come il nonno, di cui il grande uomo fascista si è sempre vergognato. Non potendo evolvere come il fratello Ermanno – che è andato a vivere in America, lavora alla Nasa e sta aspettando un bambino – decide di “involvere“ in se stesso, lasciare il mondo e vivere da eremita.

Marina e Andrea si amano, solo le radici una dell’altro, ma non possono stare insieme perché distanti anni luce per desideri e aspettative nel futuro: Marina ne ha mille, Andrea nessuna, se non quella di sentire il vento, mungere mucche e godersi il cielo incontaminato. Ma le radici sono le radici, il dolore è il dolore e alla fine quello che resta sempre di tutto siamo noi stessi.
I sentimenti non conoscono evoluzioni. Non assomigliano alle rocce calcaree corrose e plasmate dalle intemperie, né ai tessuti vivi dei corpi che si sviluppano fino a una certa soglia e poi cominciano a invecchiare. Non hanno gradazioni, né misure. Siamo noi che abbiamo bisogno di raccontarli, e cerchiamo di comprimerli dentro una storia. Ma i sentimenti non hanno storia. Andrea lo sapeva.
Mi è piaciuto moltissimo questo secondo libro di Silvia Avallone, anche se ho letto qualche recensione incerta, forse perché era ancora reduce dal successo di Acciaio o forse perché apparentemente affronta argomenti più leggeri. Dico «apparentemente», perché penso che qui ci sia una profondità di analisi umana molto forte e molto vera. I protagonisti sono detestabili, davvero, odiosi, ma costruiti benissimo; i personaggi di contorno - Elsa, Sebastiano, Donatello, le coppie di genitori di Marina e Andrea, il Giangi - sono molto riusciti e si prova un po’ pena per loro, “costretti” ad avere a che fare con queste due prime donne (sì, entrambi) capricciose e arroganti. Ma nella loro presunzione sono disperati, fragilissimi, schiavi ognuno di sovrastrutture diverse ma per entrambi catastrofiche. Sono aspri e dolci come le montagne in cui sono nati. L’amore vince sempre? Anche sull’accettazione di se stessi?
Molto bello!

Da ascoltare Dreams dei Cranberries.

Note a margine: Ho trovato bellissime le pagine su Biella e la sua vita semplice, rurale, tra la voglia di fuggire di Marina e la voglia di restare di Andrea ed Elsa. Una provincia un po' gretta e squallida, affascinata da ciò che viene da fuori, ma legata alle proprie tradizioni e al proprio modo di essere, dignitosa ed educata. Non poi diversa dalla provincia americana, come si vedrà bene in toccanti pagine finali.
Eppure sopravvivevano, inchiodati e incatenati dall'altra parte, dov'è la realtà triste e vuota, dove sono le stanze in disordine, i fornelli da pulire, e la gente si trascina in ciabatte, i bambini si mettono le dita nel naso, e ci sono le bollette da pagare, i piatti sporchi. Da questa parte: la parte muta e buia del Paese.
E Marina vuole andare di là, nella parte illuminata dai riflettori, dove tutto è pulito e scintilla, dove nelle suite degli alberghi ci sono le ciabattine di spugna e gli accappatoi morbidi, dove si cena con posate d'argento in abito lungo firmato. Ma Marina resta quella che imbosca in valigia tutti i flaconcini di bagnoschiuma profumato e scappa fuori dal Principe di Savoia correndo come una contadina da un campo allagato. Si vergogna della madre, ma la ama alla follia; ama alla follia il padre, ma se ne vergogna. Ama e si vergogna di se stessa, e cerca un'approvazione in Andrea, sempre, l'unica persona davanti alla quale è se stessa, ma sempre facendo finta di no... La città divora, il successo non ne parliamo, la società dei consumi ci chiama allettante, ci macina, e allora... le stelle nel cielo limpido della provincia, a volte, sono le uniche stelle che si sopporta di avere accanto...

Marina Bellezza, di Silvia Avallone, Rizzoli, 2013, 509 pagine. 

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