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L'ottava vita (per Brilka), di Nino Haratischwili


 Mi ero ripromessa di lasciar passare un po' di tempo prima di leggere altre saghe familiari, avendo ampiamente dato nel 2021 (il ciclo dei Leoni di Sicilia, Prima di noi, la saga dei Clifton, La casa sull'argine, Gente del Sud...); ma poi, in biblioteca, mi sono ritrovata tra le mani questo tomo notevole di più di mille pagine, e mi sono incuriosita. In più, Nino Haratischwili nasce drammaturga e regista e la mia "deformazione teatrale" ha preso il sopravvento. Ringrazio la mia capacità innata di non tenere fede ai miei propositi! Altrimenti non avrei letto quello che penso sia un capolavoro, un libro che va oltre la famiglia, oltre la Storia, oltre il tempo e lo spazio, compenetrandoli con la scrittura.

Stasia (che parla con i fantasmi), Christine, Kitty, Elene, Daria, Niza (la narratrice) e Brilka (la destinataria di questa storia e dell'ottava vita); ma anche Mariam, Sopio, Ida, Alla, Lana, Nara, Fred, Amy... sono le donne le protagoniste di questo «tappeto», a cui gli uomini possono intrecciare molti e molti fili, ma il cui disegno finale non potrà che essere un profilo femminile. Perché sono pochi i protagonisti maschili e ognuno di loro non ha in sé un decimo della forza delle donne: Kostja è arrogante, un padre-padrone e un nonno che non sa fare il nonno di una bambina particolare; che decide della vita di tutti, ma che non sa farsi carico fino in fondo della propria; che fa del male senza quasi accorgersene e quando se ne accorge, uccide, certo mai direttamente, vista la sua vigliaccheria; che non sa perdonare, ma che si aspetta l'assoluzione dai suoi peccati dalle sue stesse vittime. Giorgi, l'agente segreto, che ama una donna da sempre ma che non riesce a trovare il modo di starle vicino e rende triste e desolata la sua vita, fino alla fine, schiavo del suo lavoro e del fantasma di un padre che non ha mai voluto perché rappresenta tutto ciò che disprezza. Arno, Miqa, Miro, Lasha, Ramas... uomini complessi, figli di uomini complessi a loro volta, che non riescono mai fino in fondo a redimersi da colpe non sempre loro e che accumulano scelte sbagliate, donne sbagliate, figli a loro volta sbagliati. Una carrellata di umanità che contiene in sé tutti i caratteri del mondo, ingabbiati in vite difficilissime, dolori insanabili, ferite impossibili da cicatrizzare, che però portano sempre a un bivio e se si sceglie la strada giusta, chissà, forse si può anche continuare a vivere.

I personaggi della Haratischwili ripercorrono gli stessi schermi, in una catena umana che sembra senza fine, dagli inizi del Novecento ai giorni nostri. Ma questa non è una saga familiare, è la storia di un Paese. E i protagonisti della storia non sono Kostja, o Kitty, o Niza; protagonista assoluta è la Georgia, questo territorio conteso e senza pace, che torna sempre al punto di partenza sperando che la storia non si ripeta e che ci sia libertà per tutti. E invece, in ogni angolo del globo, in ogni tempo, lo sappiamo bene: la storia si ripete, sempre. Così come la ricetta della cioccolata "più buona del mondo", che è salvezza e maledizione al tempo stesso, la ricetta del dolore si tramanda ai membri della famiglia Jashi, fino a che, forse, con la sua ottava vita, Brilka non vedrà un mondo diverso, facendo scelte diverse, trovando l'antidoto. Forse, molto forse, vista la storia travagliata dell'ex Repubblica sovietica. L'ottava vita ci insegna che quello scacchiere è da sempre terra difficile; ce lo insegna attraverso i paragrafi dedicati alla Storia e ai suoi protagonisti, che non vengono nominati fino agli anni Ottanta quando compare sulla scena Gorbaciov (Piccolo Grande Uomo, Generalissimo, mai, mai leggiamo Stalin...) come a voler mettere una distanza da quella violenza, quella tragedia, quegli anni di costanti privazioni. Ma la Georgia, come ogni patria densa di vita, resta sotto la pelle, come un tatuaggio; impossibile pensarsi oltre la propria provenienza (Kitty in Inghilterra prima e Niza in Germania poi, resteranno sempre e comunque georgiane, impossibile qualsiasi altra opzione). Niza dice, all'inizio, se avvertisse il lettore di tenere a mente questa premessa, nonostante tutti gli orrori che leggerà:

... nonostante la mia lotta di anni per e con questo Paese, non sono riuscita a sostituirlo, a espellerlo da me, come uno spirito maligno che si è impossessato di qualcuno. Nessun rituale di purificazione, nessun meccanismo di rimozione finora mi ha aiutata. Perché ovunque arrivassi, allontanandomi sempre di più da questo paese, sono andata in cerca di questo amore sciupato, disperso intorno a me, sprecato, inutilizzato, che ho lasciato laggiù.

Leggendo in giro sinossi e commenti, ho sempre letto che la cioccolata degli Jashi – e la sua benedizione/maledizione – risulta essere il fulcro del romanzo. Per me non è stato così. Per me il fulcro del romanzo è il tema dell'abbandono e del ritorno. I personaggi viaggiano tantissimo, se ne vanno, sempre costretti da qualche motivo, cercando di mettere distanza tra sé e il Paese, i familiari, gli amori, i dolori, i delitti commessi... ma non si può mettere troppa distanza tra noi stessi e le cose che ci appartengono, pena la perdita del controllo, del proprio Io, della propria anima. Ci ha provato Fred, trovando l'eroina; ci ha provato Kitty, trovando amori disperati e alla fine il nulla dell'acqua profonda; ci ha provato Niza e non ha trovato altro che perdita, fino a che, raccontando, non ha ritrovato se stessa proprio dove aveva cercato di abbandonarsi. Perché la casa non è solo il luogo in cui si risiede, ma il luogo in cui si è. E si può essere solo laddove è il nostro passato. Si può essere d'accordo o meno con questo, io personalmente lo sono solo in parte, ma la Haraschwili ci dice proprio questo, attraverso le storie di tutti questi personaggi che sono vivi e poi sono morti e poi sono fantasmi... Ecco che allora la famosa cioccolata diventa metafora potentissima:

La cioccolata ormai non era che il ricordo di un'altra epoca, e senza cioccolata si dimenticava la dolcezza, e senza dolcezza si dimenticava l'infanzia, e senza infanzia si dimenticava l'inizio, e senza l'inizio non si riconosceva la fine.

Quando ho letto che l'autrice è drammaturga pensavo di trovare una scrittura un po' "da copione": tanti dialoghi, poche descrizioni, forse mi aspettavo una scrittura scarna. E invece la Haraschwili disegna il pensiero in modo eccezionale. Tratteggia i luoghi e le persone con una scrittura densa, piena, che non ha paura di essere lunga o eccessiva. Il romanzo corre, corre, tra mille avvenimenti e cambi di direzione, descrizioni di orrori e speranze, di manifestazioni e notti d'amore, di viaggi e di reclusioni... un turbinio letterario che ha già il sapore del grande classico. Se si pensa che lei non ha ancora quarant'anni è impressionante. Mi ha un po' ricordato Prima di noi di Giorgio Fontana, anche se forse più impegnativo e scritto con più "potenza".  

Le parti in cui parla della Georgia e dell'Unione sovietica sono sublimi. Attraverso i ricordi delle piccole cose (le saponette, il cibo, le bottiglie del latte, Winnie the Pooh, le Ziguli gialle, il formaggino Amicizia, i giocattoli, i jeans taroccati, le sigarette...) emerge un popolo, uno stile di vita, un'epoca intera, in cui si leggevano i classici russi e i romanzi francesi; si ascoltavano i Pink Floyd, i Led Zeppelin, i Queen; si faceva arte nelle cantine, tutti, ragazzi e vecchi. E poi era la sua famiglia, quella di Niza, con il nonno, le prozie, la sorella... Pagine di una poesia infinita scritte senza retorica, senza enfasi, con lo stile del ricordo sereno e limpido. 

Le parti in cui si lascia andare al "sentimentalismo", in cui forse diventa più morbida e lascia spazio anche a un goccio di retorica sono ugualmente splendide:

Devo queste righe a un'infinità di lacrime versate, devo queste righe a me stessa, quella che lasciò la patria per trovarsi e tuttavia si perse sempre di più; ma soprattutto devo queste righe a te, Brilka. Le devo a te perché tu meriti l'ottava vita. Perché si dice che il numero otto equivalga all'eternità, al fiume che ritorna. Ti dono il mio otto.

E il futuro sono pagine bianche perché nonostante l'appartenenza e l'abitudine, c'è sempre una formula per annullare le maledizioni...

Note a margine: Una su tutte: quando ci lamentiamo dei nostri piccoli sacrifici; quando ci sentiamo schiacciati da una fittizia mancanza di libertà; quando pensiamo che il mondo sia un brutto posto e che la nostra epoca sia la peggiore vissuta... leggiamo un libro così e ridimensioniamo; rendiamoci conto di cosa ha potuto produrre la Storia (e continua a produrre, anche se lontano da noi). I nostri nonni, o bisnonni, hanno vissuto questi periodi, hanno rischiato di vivere – e vissuto – esperienze agghiaccianti, sono andati a scuola sotto le bombe, hanno lavorato sapendo di non poter comunque sfamare le famiglie... e facciamoci delle domande serie. E magari respiriamo un po', che l'aria oggi, qui, è più pura di quella di anni devastanti e orribili. C'erano gli ideali però... e quelli, invece, ce li siamo scordati. Leggere un romanzo così ne fa sentire la mancanza... Perché noi siamo la Storia. Quello che siamo, che amiamo, che vogliamo dipende da quello che è il nostro ambiente, la nostra casa: un popolo inquieto ha figli inquieti, ma un popolo indifferente ha figli indifferenti. Cambiarlo sta a noi.

Da ascoltare con i Pink Floyd, Janis Joplin, la Tosca...

L'ottava vita (per Brilka), di Nino Haratischwili, Marsilio romanzi, 1129 + ....... (e non dirò perché).

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