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Tre, di Valérie Perrin

 


Puro intrattenimento, ottimo. Dopo Il quaderno dell'amore perduto (bruttissimo il titolo italiano; suonava così bene in francese: Les Oubliés du dimanche [I dimenticati della domenica])  e Cambiare l'acqua ai fiori, la Perrin torna a parlare di passato e di come il passato sia inevitabile vettore delle nostre vite, nel bene e nel male; come non possa cancellarsi; come possa essere rifugio e pietra al collo, consolazione e condanna. Banale? Un po', indubbiamente. Ripetitivo? Anche, forse. Ma devo dire che non mi stanca mai. È una di quelle autrici che non consiglio di leggere in modo "seriale"; penso che tra un libro e l'altro sia meglio inserire altre letture per non rischiare di cadere un po' nella reiterazione del meccanismo. Ma se si vuole "staccare il cervello" con letture di evasione, avvincenti e scritte bene, allora la Perrin per me è perfetta. 

Con Tre ci porta a La Comelle, un paesino della Borgogna, uno di quelli da cui i ragazzi di oggi per la maggior parte vorrebbero scappare. Andare a Parigi per sperimentare la vita vera, nel rumore e nella luce, lontani dal provincialismo e dai pregiudizi del paese, è il sogno dei tre: Adrien Bobin, figlio di madre single decisamente hippie, ausiliaria puericultrice, con padre lontano che vede ogni tanto; Étienne Beaulieu, un fratello e una sorella maggiori, figlio di funzionari statali piuttosto ricchi, snobbato dal padre e adorato dalla madre; e Nina Beau, figlia unica di madre sconosciuta, vive con l'adorato nonno postino. Nulla sembra accomunare questi tre bambini delle elementari alle prese con l'entrata nel mondo sociale; eppure loro si guardano, si prendono per mano e si amano. Così, d'istinto, un colpo di fulmine, si giurano amicizia eterna, si giurano che non si lasceranno mai, che vivranno insieme, che moriranno insieme. Diventano oggetto di invidia, ammirazione e anche di rancore della popolazione giovane del paese, muro invalicabile, società autarchica e rifugio dai mali del mondo: ciò che ogni ragazzino vorrebbe per sé. Sono eccessivi, grandiosi e un po' inquietanti. Fulcro del rapporto è Nina, tutto gira intorno a lei in un modo o nell'altro, perché lei è bella, è intraprendente, è fragilissima ed emotiva e soffrirà, tanto, tantissimo... Ma anche Adrien, ma anche Étienne... Tre è un romanzo su come il dolore e le scelte conseguenti a esso siano il vero motore della vita e come questo si inceppi, inevitabilmente, a prescindere da carburante e pistoni...

Ora, purtroppo qualsiasi cosa io dicessi, sarebbe uno spoiler, sia per come è costruito il romanzo nella sua struttura, sia perché, come sempre nella Perrin, la "vera" storia di ognuno dei protagonisti si dipana lungo tutto il romanzo attraverso salti temporali, rivelazioni improvvise, brusche frenate. Che è la sua cifra: sembra che la vicenda sia semplice, lineare e destinata a una narrazione senza scosse e invece, a un certo punto, bam!, cambia tutto, qualcosa si svela e quello che si pensava essere in un modo, all'improvviso è in un altro, come se si fosse fatta una capriola e si fosse rimasti a testa in giù.  Mi ricorda un po' il modo di scrivere di Joël Dicker, anch'egli non a caso francofono, seppure in generi diversi. Niente è come sembra, tutto ha una soluzione nella vita dei personaggi, quasi sempre da ricercarsi molto lontana da dove sembra essere. Come la donna misteriosa che parla in prima persona e fino a quasi la fine, non si capisce chi sia (una vera sorpresa,  molto coerente e costruita benissimo). C'è anche un mistero nella storia, una ragazza scomparsa, su cui si teorizza per tutto il libro – noi lettori insieme ai personaggi – e che si dipanerà solo nella parte finale, se condannando o assolvendo, è da scoprire leggendo. 

Mi è piaciuto molto, insomma, nel suo genere che non pretende di essere alta letteratura, ma che è eccellente intrattenimento. 

Note a margine: Sento spesso dire che la Perrin scrive come se dai suoi libri si dovessero trarre fiction televisive a priori, spesso in termini dispregiativi. Mah, e anche se fosse?, mi viene da chiedere. Io non ho affatto avuto questa impressione, ma anche se fosse non penso sia una nota di demerito. Inoltre lei nasce sceneggiatrice e fotografa: mi sembra naturale che il suo modo di scrivere vada nella direzione del suo mestiere originario. Le sue scene sono molto visualizzabili, anche se in realtà non si dilunga mai in descrizioni fisiche. Ma come un buon direttore della fotografia crea atmosfere perfette senza svelare dove sono posizionati i riflettori, così una buona scrittrice crea l'ambiente e il personaggio con pochi tratti, partendo dal vissuto. Penso che lei faccia così e il risultato sono romanzi leggeri, veloci, che si bevono d'un fiato e lasciano in bocca – nel caso di Tre – un po' del limone di vite difficili, e un po' dello zucchero di un consolatorio, almeno in parte, finale. Chapeau

Tre, di Valérie Perrin, edizioni e/o, 2021, 616 pagine. Alla fine, una nota firmata "Gli editori", ringraziano per aver acquistato il libro, per il sostegno alle case editrici e a chi vi lavora. Un bel modo di chiudere un libro. Traduzione di Alberto Bracci Testasecca

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