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Una famiglia americana, di Joyce Carol Oates

Eravamo i Mulvaney, vi ricordate di noi? 

Questo è il perfetto incipit del terzo libro che leggo di questa straordinaria scrittrice che è la Oates! Situerei Una famiglia americana a metà strada tra quel capolavoro assoluto di Sorella, mio unico amore e Scomparsa, molto bello, ma non potente come gli altri due. Piano piano li leggerò tutti, perché, oltre alla scrittura magnifica, penso che in ogni romanzo della Oates ci sia, chiaro e affilato come un frammento di vetro tagliente, un pezzo di società americana. Una società che continuiamo a cercare di emulare e che spasmodicamente rincorriamo, senza che io riesca a capirne il motivo: una società immatura, malata di protagonismo, con fragilità estreme ed estreme perversioni, venata di violenza repressa, che sfocia in atteggiamenti da bullo. 

Questo emerge dai romanzi della Oates, in cui spesso la famiglia si erge a emblema della società tutta, rappresentandone vizi e virtù. 

... i Mulvaney sono stati alla High Point Farm, sulla Hugh Point Road, undici chilometri a nord-est della cittadina di Mt. Ephrain nella parte settentrionale dello Stato di New York, nella valle di Chautauqua, circa centodieci chilometri a sud del lago Ontario.

High Point Farm è una grande fattoria, bella e famosa, che diventerà proprietà di interesse storico. E questa famiglia americana comprende: Michael, il padre, presidente della Mulvaney Tetti e coperture, rampante imprenditore edile, membro del Country Club, divertente e pieno di amici; Corinne, la madre, eccentrica, anticonformista, fervente religiosa, il suo motto sono le 4H della parola d'ordine del movimento americano: Head, Heart, Hands and Health ed è impallinata per l'antiquariato e restaura mobili nel suo capanno privato; Mike jr, il figlio maggiore, è un vincente, campione di football, rispettato, invidiato e un po' frivolo; Patrick, il genio, strippato con le scienze naturali, non proprio un animatore di feste; Marianne, la figlia perfetta, cheerleader, bella, dolcissima, altruista, un po' ingenuotta; e Judd, il "piccolo", voce narrante della vicenda, dolce, accomodante, sarà l'unico a rimanere in seno alla famiglia dopo i fatti narrati. Completano l'idilliaco quadro molti animali, tra mucche, cavalli, cani, gatti, che vengono considerati membri della famiglia a tutti gli effetti.

Per parecchio tempo ci avete invidiato, poi ci avete compianto. Per parecchio tempo ci avete ammirato, poi avete pensato: «Bene! È quello che si meritano».

Il punto di svolta della vita dei Mulvaney risale a una sera di San Valentino del 1976 in cui Marianne va al ballo della scuola e ne torna irrimediabilmente cambiata per un evento "innominabile" che farà allontanare dal suo corpo "contaminato" a uno a uno tutti i membri della famiglia, fino a sfaldarla del tutto, mentre i colpevoli dell'accaduto rimangono impuniti, protetti dietro al muro di ipocrita decenza della comunità. Per primo il padre, che non riesce neanche più a guardarla; poi la madre, che tra figlia e marito sceglierà il secondo, acconsentendo all'abbandono della propria carne; poi i figli, che non sopportano più il clima che si è creato. Fatto sta che Marianne viene allontanata e spedita da una zia, Mike jr si arruola nei Marines, Patrick va a studiare lontano, covando sentimenti di vendetta; solo Judd rimane a casa, troppo piccolo per andarsene, e sarà testimone del declino inesorabile e dolorosissimo di ciò che rimane dei "grandi" Mulvaney. In particolare di Michael che, dietro alla forza, alla spavalderia e alla felicità, cela lati di profonda debolezza e soprattutto di meschinità. Non riesce a fare il padre, a mettere i figli davanti a tutto, e soprattutto, davanti alla società che comincia a emarginarlo come fosse un appestato, un malato, come in America è chi viene colto dalla disgrazia e dalla sfortuna. Viene espulso dal Country Club, additato nei locali, si bloccano tutti quando entra in una stanza... tutto il suo mondo – piccolo, gretto e pronto a massacrare chi il giorno prima abbiamo invidiato, anzi, proprio per questo – crolla. In tutto ciò, la vera forte sembra essere proprio Marianne, la vittima "vera", che pur sognando ogni giorno di tornare tra le braccia di mamma e papà, di non essere più la rinnegata, la contaminata, pur tuttavia si rifà una vita, certo bacata, certo abbandonando la sua bellezza e la sua vanità, ma procedendo con forza nell'esistenza, sempre ricercando la sua felicità. 

Come sono fragili i rapporti umani! Come tutto può cambiare da un momento all'altro! Solo un vestito, un gesto, un urlo non ascoltato, un momento di debolezza della carne e dello spirito possono rappresentare lo spartiacque tra la gioia e la disperazione, la fortuna massima e la disgrazia più profonda. Non importa quanto sembra granitica la scatola in cui ci nascondiamo. Dietro la parete di cartongesso della serenità, della rispettabilità, della fortuna, quali maremoti di frustrazione e di meschinità, quali violenze inespresse possono improvvisamente rompere gli argini della diga, seppur altissima, della propria facciata sociale! La caduta lenta ma inesorabile, lunga come la distanza fra un collo di bottiglia e il suo fondo. 

I ricordi si appannano, ecco il punto. Se la memoria non si appannasse, non avremmo il coraggio idiota di fare, e rifare, e rifare le cose che ci straziano.

Il romanzo è costellato di scene struggenti e splendide, in cui la consapevolezza di se stessi si fa largo senza possibilità di tornare indietro, per mettere a nudo l'anima di personaggi fragili come cristallo, egoisti, disperatamente ancorati a qualcosa che affonda nella melma del ciò che ci si aspetta da noi. Ciò che si aspettano da noi i nostri genitori, i nostri figli, i nostri colleghi, i nostri amici, i nostri superiori, il nostro Paese, la nostra comunità (parola molto amata dagli americani, ancorché spesso poco rispettata). Perché non siamo che barchette in un mare in tempesta, che ogni colpo di vento può far ribaltare. 

Marianne, l'unica che avrebbe diritto di affogare, è l'unica che continua a sapere chi è, che mantiene la propria integrità, che adatta il suo mondo a un futuro incerto, di cui è profondamente consapevole: resta salda nella sua convinzione di innocenza e sa che i suoi genitori presto o tardi la riabbracceranno. Nonostante di lei Corinne dica che anche lei, come gli altri figli, ha una «vita trapunta di stracci». 

Marianne dice a Patrick: 

È probabile che io sia diversa. Più letterale di te. Tutti i posti in cui mi trovo (...) non riesco a immaginarli come provvisori. Anche se me ne andassi, continuerebbero a esistere. I posti. E le persone.

E questo la spinge all'altruismo, alla continua ricerca nel bene altrui. Il percorso di Marianne non può che terminare dove è iniziato: con il fare del bene e con gli animali (le pagine in cui Marianne scopre il parco faunistico e il suo rapporto con esso sono le più belle del romanzo, forse perché mi sono molto rivista in quei sentimenti).  

In Una famiglia americana viene fuori anche la differenza nell'affrontare le cose tra uomo e donna: le donne, Marianne e Corinne, accettano, acconsentono, si piegano – Marianne al volere dei genitori, Corinne a quello di Michael, uomo annientato e incapace di affrontare il dolore e il corpo violato – e piegandosi trovano se stesse e le risorse per andare avanti e uscire dalla melma; gli uomini decidono, sono padroni della propria vita e di quella altrui e comandando affondano, ognuno a suo modo arrendendosi: Michael alla bottiglia, Mike all'esercito, Patrick alla vendetta, Judd a tutto. 

Alla fine, anche la più piccola molecola può dividersi e così avviene anche tra Michael e Corinne, dopo che Corinne ha sacrificato tutto per lui. Ma la disperazione è più forte di qualsiasi cosa ed è sempre la mela marcia a far marcire quelle sane. La società americana lo sa bene, anche se è sempre brava a ricostituirsi nonostante vermi e grandine. 

E come succede tra le mele, buttando via quella marcia le altre si preservano restando intatte, insieme, mature e morbide al tatto. Così la famiglia americana avrà il suo lieto fine nella redenzione di se stessa, anche se per farlo verrà privata di qualcosa...

Un libro eccezionale, ricchissimo, abitato da personaggi a tuttotondo, umanissimi, profondi e drammaticamente reali. Bellissime le descrizioni dei luoghi e dei sentimenti. Scavando scavando la Oates tocca il fondo dell'animo umano, lo esamina, lo accarezza, lo prende a sberle e lo rimanda su, bottato ma "intatto", in un mondo che sempre lo accoglie. Nella luce, oltre il buio.

Una famiglia americana, di Joyce Carol Oates, Il Saggiatore (Marco Tropea Editore), 506 pagine (prima edizione: 1996). Traduzione di Vittorio Curtoni.

Foto in apertura: Robert Adams, Sally in the backyard, 1990 (tratto dal libro Family edito da Phaidon).

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