Passa ai contenuti principali

Scomparsa, di Joyce Carol Oates


I libri della Oates sono grandi romanzi americani. Penso che su questo non si possa discutere, se non per gusto di polemica immotivata. Le vicende private delle famiglie di cui parla, sono lo specchio di una società egoriferita e malsana in certi reiterati comportamenti pubblici e privati, che parlano di un'intera cultura pur restando nei fragili confini delle mura domestiche. Questo Scomparsa è il quarto libro che leggo della Oates – dopo Il giardino delle delizie, I ricchi e Sorella, mio unico amore – e in tutti ho trovato lo stesso schema significante. Il che non vuol dire che sono ripetitivi, tutt'altro, ma che hanno un chiaro stile che io chiamo, a carrello all'indietro: dal particolare all'universale. La letteratura che piace a me.

Lo dico subito: questo commento è rivolto soprattutto a chi il libro l'ha letto perché contiene spoiler, per forza di cose; perché con un libro così è inevitabile qualsiasi cosa si dica, e in fondo non è poi così importante; ma chi non vuole sapere proprio niente, forse dovrebbe fermarsi qui. A coloro che non proseguiranno la lettura del mio post però, una cosa la voglio dire: questo libro è un'ennesima perla della Oates, non ai livelli di Sorella, mio unico amore (che a mio parere è un capolavoro a tuttotondo e che ho commentato qualche tempo fa), ma senza dubbio una grandissima prova di scrittura, per trama e per stile, ma soprattutto per il magistrale modo in cui riesce a tratteggiare la psicologia dei personaggi (Zeno, il padre; Arlette, la madre, Cressida e Juliet, le sorelle; Brett,il fidanzato reduce della guerra in Iraq). 

I Mayfield vivono a Carthage in Missouri. Sono la classica famiglia americana: Zeno, il padre, ne è il sindaco democratico; la madre, Arlette, donna schiva e un po' "nebulosa"; Juliet, la sorella bella; Cressida, quella intelligente. E poi c'è Brett Kincaid, il fidanzato di Juliet, tornato storpio nel corpo e nello spirito dalla guerra in Iraq. Juliet e Brett devono sposarsi, ma si lasciano prima del matrimonio per cause misteriose. 
Una sera Cressida va a casa di un'amica e non rientra. Iniziano le ricerche, ma Cressida è scomparsa, dissolta, di lei si ritrova solo un golfino che aveva "rubato" a Juliet, trascinato a valle dal fiume, e la confessione distorta e forzata di Brett, con cui lei era stata vista quella sera. A detta di vari testimoni la ragazza era andata nel locale in cui erano riunite delle comitive del posto, una cosa strana visto il suo carattere bizzarro e asociale. Lì aveva bevuto un po' e poi era stata vista allontanarsi con Brett... Da quel momento in poi, nient'altro. 

DA QUI SPOILER: La vita dei Mayfield, inevitabilmente, si ribalta. Zeno comincia a bere troppo, Arlette si ammala di cancro, Juliet si trasferisce in un'altra città, sposa un uomo buono e mite di vent'anni più di lei con cui fa due figli. Brett Kinkaid finisce in un carcere di massima sicurezza ed evita la pena di morte solo perché il cadavere di Cressida non è mai stato trovato. Ed è ovvio, visto che Cressida non è morta. Quella sera è andata a cercare Brett per dichiarargli il suo amore (ora che non sta più con sua sorella); Brett la respinge; lei scappa dalla macchina e con una sequenza di azioni che non si chiariscono mai, resta tramortita nel fango fino a che non viene trovata e salvata da una donna con cui passerà i sei anni successivi, cambiando nome, vivendo alla giornata, dimenticando il suo passato, la sua famiglia, la sua vita... Perché? Questo perché è il grande tema del libro. 
Scomparsa è un libro che parla dell'anima malata. L'anima di una ragazzina che non trova il suo posto nel mondo; che pensa di non essere amata perché brutta; vittima delle proprie aspettative su di sé e di quelle che ritiene essere quelle degli altri; crudele con il mondo e con la propria vita. Una ragazzina che si punisce punendo gli altri, che ha una visione distorta e surreale della propria esistenza, come i disegni splendidi che esegue pensando a Escher. Una ragazzina che proietta sugli altri la propria totale mancanza di autostima. Tutto ciò non può che portare al disastro, alla perdita, alla violenza, alla scomparsa dal proprio mondo e dalla propria anima. 
Ma l'anima malata è anche quella di Brett Kincaid che, partito aitante e invidiato ragazzo modello, fidanzato con la bella figlia del sindaco, torna dall'Iraq storpio, sciancato, storto nel corpo e nel cervello. Costantemente bisognoso di cure e di attenzioni, con un padre ex militare alcolizzato e una madre iperprotettiva e invidiosa di chiunque, confessa un crimine che non ha commesso, vittima dei suoi pensieri malati, convinto che uno come lui potrebbe essere benissimo stato capace di uccidere la piccola Cressida (con la quale ha un segreto del passato) così come è stato capace di assistere ad atroci violenze e torture sui civili in Iraq. In quella occasione ha confessato, ha espiato, ma non potrà mai essere abbastanza. Forse la pena capitale lo libererà. Ma non lo condannano a morte. Forse anche la galera sarà sufficiente, non lo sapremo mai perché le tracce di Kincaid le perdiamo nel momento in cui sappiamo che sarà scarcerato dopo la ricomparsa di Cressida.
E l'anima malata è quella dei genitori: ognuno dei due si ammala come può, ognuno si punisce nel modo che sa: Zeno con l'alcolismo e la perdita della vita sociale; Arlette con il cancro, l'allontanamento dal marito, la vocazione ad aiutare gli altri che un po' la salva un po' la allontana da se stessa.
E l'anima malata è quella di Juliet, protagonista di meravigliose pagine scritte in prima persona: una ragazza bella e brava, fervente religiosa, che si ritiene debba perdonare, debba essere buona, e che invece cova un rancore tremendo che le avvelena la vita a maggior ragione per non poterlo mai sfogare. La condanna a dover essere moralmente immacolati è la peggior pena degli esseri umani... umani. 

Cressida, la disadattata, la geniale, la bipolare Cressida, tiene in scacco la vita di tutta la famiglia e delle persone che vi gravitano intorno, intossicando l'esistenza degli altri rincorrendo la boccetta di veleno per finire la sua, ma senza il coraggio di farlo davvero. La decisione di tornare scaturisce da un trauma, e come spesso succede, dal trauma inizia la rinascita. Ma è davvero una rinascita, o è solo l'ennesimo modo per avvicinarsi alla morte portando altri con sé?

E chi è la vittima? Cressida, con la sua anormalità masochista che non sa come vivere la sua vita e le sue relazioni, e le sue fobie (sono pagine molto belle quelle sulle fobie)? O forse Brett, che oltre alla menomazione fisica deve affrontare anche quella della sua coscienza, scontando per tutti una pena per un crimine non commesso (crimini di guerra, crimini familiari...)? O forse Juliet, l'unica a riconoscere la cattiveria nella sorella, che deve vivere tutta la vita soddisfacendo aspettative altrui? O i genitori, che vengono puniti con il dolore peggiore che si possa immaginare, la cui colpa, forse, è solo quella di non aver visto ciò che era lampante?
Si vede quel che si vuole vedere. Per tutto il resto, è come se si fosse ciechi.
I riferimenti filosofici e letterari sono molti: da Platone a Shakespeare (il nome Juliet è forse un riferimento, vista la vicenda dei due innamorati sfortunati? Sicuramente c'è una diretta citazione al Re Lear), a Socrate, a Zenone... Zeno studia, studia, filosofeggia, ma non vede la tragedia che si sta consumando sotto il suo tetto.
Nel paradosso di Zenone la meta non si raggiunge mai. Nel paradosso di Zenone si è in uno stato di perpetuo anelito.
La lezione del Menone è che sappiamo già cosa sia il Bene. 
Cressida vuole fare il Bene, ma non lo sa fare e chi dovrebbe insegnarglielo non è in grado di farlo: una condizione comune al genere umano e a una società occidentale, in particolar modo americana, che sembra aver perso la nozione di Bene e Male, generando mostri senza rendersene conto. Oates non a caso cita la guerra del Vietnam, quella in Iraq, l'11 settembre, Al Qaeda, ma non lesina condanne alla condotta dei militari americani. Come ogni buon romanzo sulla società è una condanna della società. Lo diceva Coppola in merito ad Apocalypse Now: «Qualunque film sulla guerra, è un film contro la guerra». Penso sia una citazione azzeccata per questo romanzo.
E penso si possa chiudere così: siamo tutti figli del nostro tempo e la nostra coscienza non è che una ragazzina difficile e talentuosa da crescere... senza guida ci si fa male. E si fa del male.

Scomparsa, di Joyce Carol Oates, Mondadori, 2014, 460 pagine. Traduzione di Giuseppe Costigliola.

Post popolari in questo blog

Tre, di Valérie Perrin

  Puro intrattenimento, ottimo. Dopo Il quaderno dell'amore perduto (bruttissimo il titolo italiano; suonava così bene in francese: Les Oubliés du dimanche  [I dimenticati della domenica])  e Cambiare l'acqua ai fiori , la Perrin torna a parlare di passato e di come il passato sia inevitabile vettore delle nostre vite, nel bene e nel male; come non possa cancellarsi; come possa essere rifugio e pietra al collo, consolazione e condanna. Banale? Un po', indubbiamente. Ripetitivo? Anche, forse. Ma devo dire che non mi stanca mai. È una di quelle autrici che non consiglio di leggere in modo "seriale"; penso che tra un libro e l'altro sia meglio inserire altre letture per non rischiare di cadere un po' nella reiterazione del meccanismo. Ma se si vuole "staccare il cervello" con letture di evasione, avvincenti e scritte bene, allora la Perrin per me è perfetta.  Con Tre ci porta a La Comelle , un paesino della Borgogna, uno di quelli da cui i ragazzi

La variante di Lüneburg, di Paolo Maurensig

  Ho trovato per caso, tra altri libri, sistemando una casa per affittarla, La variante di Lüneburg di Paolo Maurensig . Incuriosita, non conoscendo l’autore né il titolo mi sono informata, scoprendo che è considerato un capolavoro nel suo genere. Beh, lo confermo. L’ho letto in un giorno, senza riuscire a staccarmene. Non amo etichettare i libri per genere, ma se dovessi farlo per questo, onestamente non saprei dove collocarlo. Inizia come un giallo, con la morte di un uomo d’affari e scacchista, Dieter Frisch , che viene catalogata come suicidio. Ma sul cui corpo viene ritrovata una scacchiera di stoffa, cosa che fa pensare invece più a un’esecuzione. Con un flashback del giorno prima della morte, ritroviamo Frisch in treno impegnato in una partita a scacchi con un collega. A un certo punto nello scompartimento entra un uomo, Hans Mayer , che comincia a raccontare una storia sul suo maestro-mentore-padre adottivo, Tabori , ex detenuto del lager di Berger Belsen che si scoprirà avere

Denti bianchi, di Zadie Smith

Leggo poca letteratura italiana. Lo ammetto, è così. Ci sono autori che mi piacciono molto, ma tendenzialmente le mie letture sono straniere. Non è una forma di snobismo o di esterofilia, è solo che trovo che gli autori italiani contemporanei non abbiano più la capacità di sfondare le pareti di casa e farvi entrare il mondo. Una volta ci riuscivano: la Morante, Moravia, Calvino, Pavese, la Deledda, Pirandello… nelle storie umane intime trapelava quello che erano la società, i costumi, le idiosincrasie e i grandi avvenimenti. Testori, uno su tutti, era un mago in questo con le sue storie di operai e prostitute che riflettevano la dignitosa miseria del proletariato milanese. Ora, la sensazione è che non ne siano più capaci. Le storie si avvitano sempre un po’ intorno all’ombelico dei protagonisti e lì rimangono, più o meno dolorose o divertenti, più o meno quotidiane o particolari, ma sempre piccole storie di piccole persone restano. E questo va incontro al gusto di molti che amano le pi