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Whale, di Cheon Myeong-Kwan

 

Whale, Cheon Myeong-Kwan

Copertina e sinossi sono un po' fuorvianti rispetto a quello che è poi il libro. Sembrerebbe una sorta di fiaba/fantasy in cui elementi fondamentali sono gli animali e il rapporto che gli umani hanno con loro. In realtà non è proprio così. Whale è in effetti una fiaba: della fiaba ha alcuni elementi, tra cui cambiamenti inspiegabili, una donna guaritrice, dialoghi con animali, alcune ambientazioni, vecchie streghe con poteri sovrannaturali; è una fiaba molto contemporanea, a tratti macabra, che finisce non certo come una fiaba, ma che rappresenta sotto forma di archetipi i grandi giri di vite delle esistenze umane. Gli animali (balene, elefanti, api...) ci sono - anche se in misura molto minore rispetto a quello che sembrerebbe dalla sinossi - ma sono tutti metafora di altro da sé inconsci o paure o desideri... e anche questo è molto vicino al concetto di fiaba e di fantasy, soprattutto quando si ha anche fare con autori orientali.

Non preoccuparti, bimba. Noi ci rivedremo un giorno, disse Jumbo nel vedere Chuchui rattristata di doversi separare da lui.
Davvero?, chiese Chunhui abbracciando la zampona di Jumbo, non voleva lasciarlo, e l'elefante l'accarezzò con la lunga proboscide per consolarla.
Certo. Si rivede sempre chi ci manca.

Cheon Myeong-Kwan (che con questo libro arriva finalista all'International Booker Prize 2023) ambienta la storia in paesini della Corea del Sud, narrandoci la vita di Geumbok, donna ambiziosa e coraggiosa che farà qualsiasi cosa pur di sfiorare anche con un dito la sensazione di libertà che ha provato ammirando il dorso di una balena che si immerge - finanche cambiare sesso, concedersi a tantissimi uomini, uccidere... Amante del cinema ne costruirà uno, a forma di balena, che sarà la sua delizia ma soprattutto la sua croce. E metterà in piedi una fabbrica di mattoni: i mattoni costruiscono, creano solidità e girano per il mondo. Speranza e attitudine. Seguiamo poi le vicende di sua figlia Chunhui, ragazza gigantesca, fortissima, muta, che parla con un elefante e affronterà orribili vicissitudini sola e disgraziata, nonché sfortunata. Sulla loro strada si avvicendano figure soprattutto maschili tendenzialmente negative in un modo o nell'altro (anche quando sembrano positive): violenti, stupratori, ladri, approfittatori, tanto che Geumbok per affermarsi dovrà diventare una di loro... e diventare a sua volta una brutta persona. Chunhui, per contro, pur non sembrando neanche una donna, dagli uomini subirà le peggio violenze e umiliazioni. Una questione di genere quindi, anche, in parte, questo strano e coinvolgente romanzo. Perché coinvolgente lo è, si va avanti, a volte chiedendosi perché, ma si va avanti, fino a una fine devo dire molto diversa da quello che mi aspettavo. 

È un romanzo molto crudo, cattivo, violentissimo... In mezzo alle vite di Geumbok e Chunhui si mette pure la guerra: 

Quella guerra, che portò il Nord e il Sud a dividersi e combattere, durò per più di tre anni. In quel periodo non c'era differenza fra l'essere vivi o morti. [...] Sono cose che vanno oltre la portata di questo libro e che richiederebbero più tempo e pagine, oltre che il coraggio e le lacrime per affrontare il dolore.

È un libro completamente diverso da quello che mi aspettavo, ma è un libro coreano in fondo. La Corea è particolare, molto affascinante - il Paese orientale che più mi attrae.

Scusate, è un commento un po' confuso, me ne rendo conto, ma è veramente difficile parlare di Whale. Mi è piaciuto alla fine? Sì, direi di sì, in modo completamente diverso dal solito "piacere". Parla per metafore, per archetipi antichissimi ma impietosamente contemporanei. C'è la questione femminile, soprattutto, ma c'è anche il tema della cattiveria del mondo, della politica, della natura effimera del benessere e della felicità, della morte, della maternità... C'è il mondo. Penso che si possa riassumere dicendo che è un libro molto interessante, soprattutto per la particolarità della scrittura e del modo di affrontare le cose, che è molto diverso dal nostro occidentale. Va letto, penso. Lo consiglio di sicuro, anche solo per curiosità verso una cultura così diversa dalla nostra. Diversa sì, ma alla fine, quello che tutti gli esseri umani desiderano in fondo al cuore, è di essere ricordati.

L'unica cosa che ci ha lasciato sono i mattoni. E in quei mattoni ci ha lasciato solo dei disegni indelebili. In quei disegni possiamo intravedere la speranza di Chunhui che i mattoni potessero vagare per il mondo ed esprimere i suoi sentimenti.

E chiudo con un paragrafo del libro che molto dice della storia e del modo stesso di Myeong-Kwan di intendere la letteratura:

Chunhui era davvero consapevole della tragedia della sua vita? [...] Com'era la sua anima dentro quell'enorme corpo? Quanto comprendeva la discriminazione, in disinteresse, l'ostilità e l'odio della gente verso di lei? Se c'è qualcuno fra i lettori che è interessato a uno di questi quesiti allora avrà sicuramente la stoffa del cantastorie, perché raccontare storie non vuol dire altro che esplorare vite ingiuste, e non è facile parlarne. Solo chi ha cattive intenzioni cerca di spiegare il mondo in maniera semplice. Vogliono riassumere il mondo in una o due righe.

Scrivendo questo commento mi rendo conto di quanto Whale mi sia piaciuto, nella sua stranezza. Sì, mi è proprio piaciuto; sicuramente è uno di quei libri che riaffiora poco per volta, a tratti nella vita, proprio come il dorso di una balena dalle acque calme dell'oceano...

Whale, di Cheon Myeong-Kwan, edizioni e/o, 2023 (2004), 419 pagine. Traduzione di Rosanna De Iudicibus. In fondo un utile glossario dei significati delle parole in coreano, soprattutto cibo e unità di misura. La copertina, stupenda, è di Ginevra Rapisardi

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