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Metà di un sole giallo, di Chimamanda Ngozi Adichie

Metà di un sole giallo, di Chimamanda Ngozi Adichie

Rosso era il sangue dei fratelli assassinati nel Nord; nero era il lutto per la loro morte; verde, il colore della prosperità a venire del Biafra, e infine, la metà di un sole giallo indicava la gloria futura del Paese.

Il mondo taceva mentre noi morivamo. Così si intitola il libro che l'inglese Richard Churchill, uno dei protagonisti, vuole scrivere come testimonianza dei suoi anni vissuti nel Paese adottante, la Nigeria. In questo titolo c'è tutto e potrebbe essere il sottotitolo di Un mezzo sole giallo. C'è tutto il dolore, l'illusione, la ferocia di un Paese dilaniato dal suo interno come il parto cesareo di un bambino-mostro che per respirare la sua libertà ha bisogno di dilaniare il ventre della madre. Ci sono le urla di sofferenza di fratelli che uccidono fratelli, di uomini che diventano macchine di morte, di creature ormai disumanizzate che non sanno più distinguere il bene da ciò che è ancora più del male, è oblio. È la guerra civile, la peggior forma di guerra esistente, quella che rende nemico il vicino di casa, il collega, il compagno di scuola o di chiesa... Quella che rende nemiche le stesse famiglie. In un'Africa già segnata da miseria e fame, una guerra civile diventa un cimitero annunciato, un campo di battaglia nel salotto di casa, di una casa che non è neanche più casa, ma baracca improvvisata, infestata da insetti e malattia. Un'Africa che è caleidoscopica, splendida e colorata, archetipica, vittima di superstizione e riti tribali, ma che è anche pura e legata a valori familiari e sociali fortissimi... 

Potremmo essere in qualsiasi tempo, ma siamo nel 1967, l'anno della proclamazione di indipendenza della Repubblica del Biafra dalla “madre” Nigeria, evento che porterà, appunto, a una sanguinosa guerra civile, in cui non si contano i rastrellamenti, le uccisioni in strada degli igbo da parte delle altre etnie organizzate in commando (basta un accento nel parlare), gli stupri, ogni corollario a ogni guerra, insomma. E in più, la grande amica della guerra, con cui va a braccetto: la fame. Il tutto durerà tre anni - pochi in fondo - e si porterà via più di un milione di donne e bambini e anziani e animali...

La vicenda racconta di due sorelle gemelle, diverse tanto nell'aspetto quanto nell'indole: Olanna, bellissima, dolce, retta, vive con il professor Odenigbo, idealista, carismatico, votato alla causa biafrana. Insieme a loro il devotissimo domestico Ugwu, che avrà un ruolo importante nella famiglia come “tato” della figlia adottiva Baby, e dalla cui voce apprendiamo ciò che avviene nelle “retrovie familiari”; Kainene è strana, spigolosa, dotata di un tagliente sarcasmo, molto pratica, critica nei confronti della società e del proprio popolo, dedita a scopi umanitari. Sta con Richard Churchill, già citato sopra, inglese – cosa che non gli risparmia sospetti e antipatie – innamorato dell'Africa, giunto in Nigeria sulle tracce del vaso cordolato ritrovato nel sito archeologico Igbo-Ukwu, uomo bello e strano. Con lui, il domestico Harrison, pedante ma fedele. 

«Papa Anozie chiede se non vuoi fargli la fotografia. Tutti i bianchi che sono venuti finora hanno fatto la foto.
Richard scosse il capo: «No, mi dispiace, non ho la macchina».
Emeka scoppiò a ridere: «Papa mi chiede che razza di bianco è mai questo. Si può sapere perché è qui e cosa è venuto a fare?

Personaggi che intersecano le proprie vicende personali fatte di cose normali – amori, passione, tradimento, difficoltà economiche, diffidenze, paranoie, paure – con le vicende del Paese: tremende, potenti, fatte di speranze altissime e dolorosissime cadute; di leader straordinari sui palchi in patria e schiacciati dalle altre potenze sulla scena politica internazionale; di scontri fratricidi sanguinosi, manovrati da uomini estranei al territorio, ma non al potere che ne deriva. Personaggi storici si alternano a quelli inventati dalla Adichie. Incontriamo così Ojukwu, prima militare e poi leader carismatico e presidente della Repubblica del Biafra per tutta la sua durata (1967-70), vittorioso e gigante prima, sconfitto e traditore (?) poi. Ma assistiamo anche alla morte di Winston Churchill e seguiamo lo svolgersi degli aiuti umanitari occidentali. Contemporaneamente gioiamo (poco), piangiamo (tanto) e trepidiamo per le storie delle due coppie, che sono poi quelle di ogni famiglia africana, costellate di morti, nascite, ingiustizie, bellezze e tanto amore, sempre. E assistiamo alle cadute morali di chi condanna ma poi cede alle tentazioni a cui cedono tutti i condannati, che spesso portano alla stessa destinazione: la violenza. E poi la redenzione, forse, per qualcuno; e la punizione, forse, per altri. 

Un libro splendido, sofferente, dolorosissimo, che riporta per forza di cose la mente alla storia ben più vicina a noi: alla guerra in Ucraina, certo, ma anche a quelle ancora in Africa, in Medio Oriente... Tutte hanno una radice comune: lo scontro di potere mascherato da lotta per la libertà. «Un giorno saprete»: già sì, un giorno sapremo, ma sapere non ci fermerà dal rifare, dal ripercorrere, dal perseverare... La scena in cui viene annunciata la fine della guerra mi ha ricordato Via col vento, quando all'annuncio della fine della Guerra di Secessione americana – «La guerra è finita. Ci siamo arresi» – le sorelle di Rossella O'Hara esclamano: «Non è possibile. A cosa è servito?». Già, una domanda ricorrente: a cosa è servito? 

Chimamanda Ngozi Adichie scrive in modo straordinario, con la crudezza della guerra e l'eleganza dei colori dei tramonti africani. Ha vissuto in Africa e negli Stati Uniti, e si capisce, perché il suo punto di vista è completo (numerosi anche i riferimenti a un colonialismo che è anche commistione culturale: Molière, Dickens...): è quello dell'africana che conosce il carattere e lo spirito della sua terra, ma può mescolarlo a un punto di vista “occidentale” che le consente di non cadere nel cliché, nello stereotipo e ridarci (ridonarci) un paesaggio di implacabile obiettività. Un libro necessario, più esaustivo di un saggio storico, che ci riporta non solo i fatti ma lo spirito di un popolo e la sua lotta per una libertà di cui, forse, non ha mai avuto bisogno. O forse sì...

Da leggere la postfazione, corredata da un'interessante bibliografia e poetici ringraziamenti. 

Metà di un sole giallo, di Chimamanda Ngozi Adichie, Einaudi, 2008 (2006), 447 pagg. Traduzione di Susanna Basso


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