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La caduta dei Golden, di Salman Rushdie


Che cos'è l'eroismo ai nostri giorni? Che cos'è la malvagità? Quante cose abbiamo dimenticato, se non sappiamo più rispondere a queste domande!  

Rushdie scrive in modo superbo. Adoro la sua ironia, la costruzione delle frasi mai scontata, la maestria con cui disegna i personaggi. E l'acume con cui fotografa la sua realtà, che è sua per adozione, ma che sembra sua nel più profondo strato di pelle. La storia di Salman Rushdie è conosciuta, così come il recente attentato che ha subito a New York. Penso che lui sia un esempio di quanto una penna può far male come una spada, ma non voglio parlare di questo. Voglio parlare di quanto sia bello La caduta dei Golden, di quanto sia contemporaneo, brillante, tremendo. 

La famiglia Golden è arrivata a New York da una città sconosciuta e molto lontana, infida e pericolosa. È arrivata con un macchinone e si è insediata ai Gardens. Dalle portiere di quel veicolo lussuoso sono scesi quattro antichi Romani, ammantati di mistero e gloria: il padre Nero Julius Golden e i tre figli, due gioielli legittimi - Petronius (Petija) e Lucius Apuleius (Apu) - e un bastardo avuto con una cortigiana - Dionysus (D.). Speciali, nobili, brillanti e spezzati. La madre di Petija e Apu è morta in un attentato terroristico nella città misteriosa e loro si sono sradicati per radicarsi nuovi e perfetti in una terra più ubertosa e fertile, l'America. Non importa quale sia il vero nome, non importa quale sia la città da cui provengono (Bombay, naturalmente, ma si capisce subito, non solo per le origini dell'autore): i Golden sono da osservare, da adorare, da compatire. La storia è narrata da Renée (sappiamo solo il nome), aspirante sceneggiatore "folgorato" dai Golden, che decide di raccontarne la parabola, in cui avrà un ruolo determinante in prima persona. L'escamotage dell'osservatore esterno/interno è geniale: consente una visione a tuttotondo dei Golden con una soggettiva che rende tutto non solo credibilissimo, ma profondamente empatico. Renée idolatra i figli Golden, ma ne vede benissimo il lato folle, diverso, maniacale e le sue vicende si intersecano con le loro in una trama fitta e strangolante, in cui tutti rimarranno impigliati, fino al rotolare inarrestabile della matassa. 

I caratteri sono fortissimi e coerentissimi: Apu, il mediano, l'artista ribelle ed estremo, seguace di improbabili tendenze mistiche; il paranoico, agorafobico, tormentato Petija (più Cechov che Imperatore); e l'incerto D., incapace di decidere cosa essere e assassinato da entrambe le sue identità. E donne, reali motori dell'azione, detentrici delle redini dell'esistenza degli uomini mentre fanno finta di essere gregarie. Prima fra tutte, Vasilisa, la Fata, la Baba Jaga che divorerà il Cesare. 

Ecco la terra, così bella, e noi fortunati a esserci, gli uni con gli altri, e siamo così stupidi, e quel che ci accade è così stupido, e non meritiamo la nostra stupida sorte.

Indiani e russi su suolo americano che si amano e si distruggono. Una sorta di grande saga dello sradicato, una continua ricerca di radici scavando in un territorio arido e insidioso. Ci proveranno, tutti, a essere qualcosa in questo strano mondo, ma il fallimento - inevitabile - arriverà tremendo e distruttivo. Tutti periranno, dentro o fuori; solo l'americano si salverà, in una grande metafora dell'american dream, che supera la Guerra Fredda, e celebra i miti di Hollywood e del grande fumetto eroico. La caduta dei Golden diventa la caduta della società americana alla viglia della vittoria di Trump/Joker, in un ribaltamento di piani in cui Batman soccombe e la follia vince su Gotham City/New York, su tutto e tutti. Ma, come sappiamo bene, i supereroi non muoiono mai...

Il nostro organismo è in continuo mutamento. I nostri capelli, la pelle, tutto. In un arco di sette anni tutte le cellule che ci compongono vengono sostituite da altre cellule. Ogni sette anni siamo al cento per cento diversi da quello che eravamo. Perché non dovrebbe accadere lo stesso con l'identità di un individuo? Sono praticamente sette anni che sono venuto via da qui. Ora sono diverso.

La scrittura di Rushdie è sublime, maestosa, colta, coraggiosa (il suo odio per Trump è palese, esibito, profondissimo). Mille sono in riferimenti culturali, prettamente occidentali: da Shakespeare a Woody Allen, e poi Luis Malle, Godard, Buñuel, Truffaut, il dottor Mabuse, Il dottor Caligari, Fitzgerald, Capote, Judith Malina e il Living Theatre, John Lennon, Hieronymus Bosch, T.S. Eliot, Anna Achmatova, Lord Byron (Ho bisogno di un eroe. Un insolito bisogno,/quando ogni anno o mese ne crea uno nuovo/finché, riempite le gazzette di stucchevoli ipocrisie,/l'epoca scopre che non è l'eroe vero), i fumetti, tantissimo altro; e poi i grandi temi dell'identità di genere, della mafia, della depressione, della maternità, della discendenza e dell'appartenenza. E la politica, ogni pagina trasuda politica. Una grande saga, insomma, dove gli eroi perdono e vengono trascinati dai folli vincitori nell'arena della Grande Mela. 

Sontuoso.

I clown diventano re, le vecchie corone giacciono nel fango. Le cose cambiano. Così va il mondo.

La caduta dei Golden, di Salman Rushdie, Mondadori (anche Oscar), 2017, 452 pagine. Traduzione di Gianni Pannofino.

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