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L'educazione, di Tara Westover


Si ha un bel dire che il mondo è bello perché è vario, ma nel leggere L'educazione di Tara Westover, racconto crudamente autobiografico, nascono seri dubbi sulla bellezza di certe bizzarrie. E tenendo conto che per alcuni queste bizzarrie sono la semplice normalità si rimane veramente spiazzati.

Tara Westover nasce nell'Idaho, dove vive con sette tra fratelli e sorelle, la madre levatrice autodidatta e il padre, Gene, affetto da bipolarismo grave che lavora nella discarica adiacente alla casa. Sono mormoni, ferocemente in opposizione al sistema e hanno tutte le paranoie che possono venire in mente. I figli non vanno a scuola e non vanno dai medici perché il sistema scolastico e sanitario è in mano agli Illuminati e ai comunisti; non possono vestirsi normalmente perché qualsiasi cosa lasci scoperto anche minime parti del corpo è considerato impuro; non si lavano, perché non serve; vengono trattati come bestie da macello perché se succede qualcosa di brutto è solo il volere di Dio e va accettato. Il padre è un padre-padrone, in preda a frequenti attacchi di rabbia e depressione; la madre è sottomessa e completamente schiava di una mentalità in fondo non sua, ma a cui si adegua piegando la testa; i fratelli sono, chi più chi meno, dipendenti economicamente e soprattutto psicologicamente dal padre, che li tiene sotto un tacco feroce, a tratti malinconico, ma che guida inesorabilmente le loro vite alla discarica (che diventa tristemente metafora di esistenze da buttare, senza felicità né prospettive). Gli unici che riescono a "salvarsi" da tale disgraziata sorte sono Tara, appunto, e il fratello Tyler, proprio quello all'apparenza più fragile, che a un certo punto sceglie di andare al college, così da emanciparsi e allontanarsi dall'ambiente malsano della famiglia. Poli opposti cresciuti sotto lo stesso tetto, un tetto che accoglie e respinge, picchia e accarezza. Il più pericoloso è Shawn, il fratello violento, che dopo un incidente in cantiere perde completamente la capacità di controllo, cominciando a picchiare le sorelle e la moglie (e la madre, si capisce da alcune allusioni). Nonostante le "denunce" di Tara e della sorella Audrey, il padre non riconoscerà mai la pericolosità dei figlio, lasciandolo libero di continuare a fare del male alle sorelle, rovinando definitivamente loro e anche lui stesso. La madre, non pervenuta, se non per mettere una pace fittizia che ha sempre più, anno dopo anno, il sapore della menzogna e della sconfitta. 

Questo l'universo in cui cresce Tara. E uso la parola universo a ragion veduta. Perché per ragazzi cresciuti così, la famiglia è sì l'universo: la parola del padre è quella di Dio, non c'è nessun confronto con il mondo esterno, perché il mondo esterno è sconosciuto; ci si cura con le erbe e gli oli essenziali, anche quando le ferite e i traumi sono così gravi da avere conseguenze a vita; non si leggono libri che non siano scritti da autori mormoni; si lavora in discarica e basta. Il padre, ossessionato dal Millennium Bug prima e dalla Fine del Mondo poi, costruisce una casa-bunker, stipando benzina e alimentari rendendo di fatto la famiglia un mondo a parte rispetto a tutto il resto. Ma il male supremo è la scuola, il potere assoluto degli Illuminati per allontanare l'uomo dalla retta via segnata dal Signore (che non viene mai chiarito bene dove porti...). Ma Tara, spinta dal fratello Tyler, almeno all'inizio, decide di andare a scuola, è molto dotata, sveglia e presto si fa strada nel mondo accademico, nonostante se stessa. Perché L'educazione è in primis un romanzo sull'accettazione di sé e sull'essere capaci di sganciarsi dal proprio vissuto per andare incontro alla vita. 

Attraverso lo studio della Storia Tara apprende dell'esistenza dell'Olocausto (parola che non aveva mai sentito), dei movimenti per i diritti civili degli afroamericani, di Martin Luther King, Rosa Parks ed Emmett Till (e ricolloca il significato di quel «Negra», con cui la apostrofa suo fratello, ne comprende il significato profondo) e della filosofia, del pensiero critico, dei vaccini, degli analgesici e del fatto che il mondo non è quello che il padre le aveva sempre raccontato. 

Ma capii una cosa: che se mi avevano chiamato Negra un miliardo di volte e avevo riso, adesso non potevo più ridere. La parola e il modo in cui Shawn la usava non erano cambiati; solo le mie orecchie erano diverse. Non sentivano uno scherzo. Quello che sentivano era un avvertimento, un richiamo che veniva da lontano, e che riceveva una risposta sempre più convinta: non avrei mai più accettato di essere un soldato in una guerra che non capivo.

La parte in cui scopre che il dolore fisico può essere tenuto a bada dall'ibuprofene e la sua decisione sofferta di abbandonarsi a quello che crede il frutto del Demonio pur di non sentire dolore, è straziantemente bella e metaforicamente molto interessante (pazzesco leggere di come si "curano" in famiglia: per il mal di gola, tenere la bocca aperta al sole per farlo entrare a restringere le tonsille). Tara è stata abituata a diffidare di tutto, ma imparerà che ciò di cui deve diffidare viene proprio da chi vorrebbe proteggerla e che invece è la prima fonte di violenza, fisica e psicologica. Ma quando inizia a studiare il bipolarismo e lo collega al padre, tutto diventa più chiaro e può iniziare per lei il processo di "guarigione" e di emancipazione. Può iniziare a non sentirsi sempre inadeguata, a camminare nelle strade senza pensare di essere nel posto sbagliato, a confrontarsi con gli altri senza pensare di essere così diversa da non potersi mai integrare. Scopre i suoi talenti, anche se non li riconosce, e capisce che può fare ciò che fanno gli altri, magari con più difficoltà, ma forse anche meglio. Che può essere amata e soprattutto che c'è una dimensione in cui non è necessario sempre dimostrare la propria forza e invulnerabilità, ma ci si può concedere di chiedere aiuto ed essere "sollevata"; Tara inizia a esistere (nel vero senso della parola, visto che non aveva neanche un certificato di nascita: «Non puoi essere una persona se non hai una data di nascita»), senza il bisogno di punirsi e di urlarsi contro. Sembra molto simile al processo delle donne maltrattate che si incolpano per ciò che capita loro e che alla fine capiscono che non è così e smettono di giustificare il proprio carnefice.

È confortante pensare che l'errore sia mio perché questo significa che posso controllarlo. 

Ma non è così; non è mai così e prenderne atto è il primo, necessario, passo.

Sapere rende liberi. Tara apprende che il padre non è Dio, è bipolare e questo le serve per ridimensionarlo, per provare pietà e anche per assolvere se stessa. E questa è una cosa che per noi è acquisita, banale, ma questo romanzo ci insegna che non lo è, che ci sono persone che vivono in un altro modo, più o meno comprensibile e accettabile, ma innegabile e forse, allora, l'educazione funziona anche in senso inverso: Tara inizia a conoscere il mondo nella sua "autenticità" e noi, mondo, possiamo provare a comprendere quella che finora è stata la sua realtà, innescando un processo di educazione reciproco. Solo conoscendo si può iniziare a curare fino a guarire. Forse non del tutto, ma abbastanza per cominciare a vivere davvero, superando la depressione che a un certo punto la coglie e anche l'esaurimento nervoso. E Tara diventa così una scrittrice, che ci regala pagine splendide, toccanti, profondamente umane e ci si svela in tutta la sua debolezza; una debolezza che diventa forza sufficiente a rompere catene, e piegare gabbie, e che la trascina fuori, nel mondo, a vedere il sole. C'è una frase che penso sia un po' la summa di questo bellissimo romanzo. 

Riesco a stare in piedi perché non mi sforzo di farlo. Il vento è solo vento. Se puoi resistere a queste raffiche sulla terraferma, puoi farlo anche quando sei in alto. Non c'è nessuna differenza. È tutto nella tua testa.

Il pegno da pagare per la libertà è la perdita della famiglia e degli affetti, ma quando riconosci che il ruolo principe della famiglia, quello della protezione, viene a mancare... la libertà e la completezza di sé, sono loro la protezione e dipende solo da te. 

Chiudo con l'esergo di John Dewey, filosofo e pedagogo, che mi sembra perfetto:

Credo infine che l'istruzione vada intesa come una ricostruzione continua dell'esperienza, che il processo e il fine dell'istruzione siano la stessa cosa.

Lo diceva anche Gramsci: «Istruitevi». E siate liberi. 

Note a margine: In alcuni discorsi si ritrovano parole e mentalità forse non così lontane da noi come pensiamo... soprattutto in questo periodo storico.

L'educazione, di Tara Westover, Universale Economica Feltrinelli, 2020 (2018), 375 pagine. Traduzione di Silvia Rota Sperti. Il libro è dedicato al fratello Tyler e sono da leggere perché molto interessanti e toccanti, i ringraziamenti, da cui si capiscono ulteriori legami...

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