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Io e Mr Wilder, di Jonathan Coe


Coe mi fa sempre piangere. Sì, perché trovo sempre una grandissima malinconia e una lieve nostalgia tra le righe semplici e leggere delle sue commedie all’inglese. Dopo due libri a mio parere un po’ meno belli del suo solito,
Expo 58 e Numero Undici, e dopo il suo grande ritorno con il bellissimo Middle England, questo Io e Mr Wilder è breve e dolce come una carezza.

La storia è semplicissima, narrata in prima persona: per una serie di coincidenze una ragazza greca, Calista, si trova a cena con Billy Wilder, il suo sceneggiatore, Iz Diamond e le rispettive mogli a New York. Più tardi, tornata ad Atene, viene chiamata a fare da interprete sul set di Fedora, film che Wilder girò in parte sulle isole greche; e poi lo segue in Germania e a Parigi, come assistente di Mr Diamond. Incontra star eccezionali: da Al Pacino a William Holden e un ragazzo, Matthew, che le aprirà le porte del cinema professionista come compositrice di colonne sonore; e poi a Los Angeles conoscerà il suo futuro marito con cui avrà due gemelle. Arco temporale: dalla fine anni Settanta, agli anni Novanta. La trama è tutta qui: nel caso che diventa vita.

Ma Io e Mr Wilder non è un romanzo di trama e neanche solamente un omaggio al cinema. E nemmeno un’analisi della situazione britannica contemporanea, come spesso sono le storie di Coe. No, Io e Mr Wilder è un romanzo sul tempo che passa, sulla terribile e irreversibile presa di coscienza di questo e sul bisogno di eternarsi dell’uomo, sulla sua spinta a creare “cose” che gli sopravviveranno dando senso al proprio tempo. E sul dolore, che accompagna l’essere umano in tutto l’arco della sua vita, e che, quando è stato atroce, può essere in parte sublimato nell’opera creativa. Ma solo se diventa motore e non palla al piede. E sull’amicizia, quella basata sulla creazione di qualcosa di immenso, quella fraterna tra due persone diversissime, che è possibile solo se tesa verso la gloria, non intesa come successo, ma come obiettivo di grandezza umanitaria. 


Anche se la voce narrante è quella di Calista, è ovvio che il protagonista della storia sia Billy Wilder, con la sua simpatia, le sue durezze e le sue idiosincrasie. La scrittura è come sempre fluida, divertente, e il romanzo scivola via anche troppo velocemente. Magistrale l’espediente con cui Coe fa parlare Wilder del suo passato attraverso una struttura a sceneggiatura – in un geniale gioco di generi – con tanto di didascalie e personaggi in battuta, narrando ai commensali di una cena e a noi lettori della sua giovinezza parigina con la fidanzata di allora; del suo viaggio senza ritorno in America, in fuga da un’Europa sull’orlo della guerra; del suo esordio nel cinema come visore delle riprese degli Alleati durante la liberazione dei campi di concentramento, a Londra; della inesausta ricerca della madre, di cui perde le tracce appena arrivato negli Stati Uniti e la cui figura cercherà disperatamente in quelle bobine, sperando di vederla in una casuale ripresa. E di quel dolore costante, inesauribile, che lo accompagnerà per sempre e che cercherà di portare e di esorcizzare allo stesso tempo nei suoi film.  

… qualcuno come Lubitsch… lui ha visto la guerra _ la Prima Guerra Mondiale - ed è una realtà che ti resta dentro, capisci? La tragedia diventa parte di te. È lì, non occorre che tu la esprima urlando, che sbatta quell’orrore sullo schermo […] Non è necessario urlare la propria disperazione ai quattro venti. Anzi, la cosa di cui abbiamo bisogno a volte è tacere, non nominarlo nemmeno il dolore, capisci?

In questa chiave tutto il cinema di Wilder cambia sapore e si percepisce, forse, quella disperazione taciuta di cui parla Coe, che fa cercare al suo regista – in modo assolutamente “fantastico” – la madre in ogni inquadratura di Schindler’s List, che avrebbe voluto girare lui e che gli soffiò Spielberg, a riprova del fatto che il suo tempo è passato. 

Perché l’altro grande tema è proprio questo: il passare del tempo, il rendersi conto che quello che era valido un giorno non lo è più, la presa di coscienza che si invecchia e con noi l’opera artistica, lo stile, i gusti del pubblico. Ma nonostante questo Wilder continua a guardare al futuro, a raccontare storielle, a pensare al suo prossimo lavoro, a prendere in giro quei giornalisti che ormai non conoscono più i suoi film.

Ma, nonostante tutto, si può continuare a vivere e a godere dei piaceri semplici: 

Qualunque cosa la vita ci riversi addosso, avrà sempre qualche piacere da offrirci. E noi siamo tenuti a coglierlo.

In questo caso il piacere è il Brie, accompagnato da un buon rosso, nel silenzio di una fattoria francese, in buona compagnia. Cose piccole, piene, in vite che piene lo sembrano anche troppo.


Quest’ultimo libro ha tutta la delicatezza, l’ironia e la dolcezza del Coe che piace a me, che ci fa conoscere personaggi in una chiave romanzata, ma sostenuta da solidi documenti reali e la musicalità di una vita vissuta fino in fondo. 


Rimandi: Beh, qui è facile. Rimando alla filmografia di Wilder e alle colonne sonore di Miklós Rózsa, soprattutto, naturalmente, a quella di Fedora, che scopro ora a dir la verità nonostante sia un’amante dei film di Wilder. Vale anche la pena rivedere Taxi Driver, Schindler's List e i meravigliosi film di Ernst Lubitsch.


Note a margine: In questi tempi che corrono, di pandemia e di stasi, il tempo che passa è un concetto che sta evolvendo, allargandosi e stringendosi a seconda dell’indole e delle possibilità. Anche il concetto di celebrità è cambiato. Lo star system degli anni Settanta, sia in Europa che negli Stati Uniti si muoveva con logiche molto diverse, ma il motore resta sempre lo stesso: lasciare al mondo qualcosa che rimanga, che ci faccia ricordare e, perché no?, essere di stimolo e di esempio per le generazioni a venire. Penso che A qualcuno piace caldo verrà visto e amato per sempre. Ma chi si cela dietro le grandi opere sono persone con un vissuto, dolori, orrori, brutte cose fatte da nascondere… banale come concetto, ma spesso ce ne dimentichiamo e guardiamo le cose nella mono-dimensione della vista, o dell’udito. E invece, per capire davvero, forse bisognerebbe imparare a guardare di più con l’anima, per vedere là dove i sensi non arrivano. Questa è un po’ la sensazione che mi ha lasciato Io e Mr Wilder. Sublime.


Io e Mr Wilder, di Jonathan Coe, Narratori Feltrinelli, 2021, 230 pagine. Traduzione di Mariagiulia Castagnone
In fondo, nei Ringraziamenti, ci sono importanti riferimenti bibliografici e documentari e una lista di “occasioni” da cui sono state tratte le frasi dai personaggi nel romanzo. 



Il gatto nella foto: questi piccoli multipli d'arte seguono i percorsi immaginati dall'autrice, Antonella Cicalò, ma possono interpretare anche il flusso dei pensieri del committente che darà così lo spunto per realizzare il suo personale “gatto maestro”, unico e irripetibile. Questi collages sono realizzati con frammenti di riviste letterarie e da collezione, stagnola, legno da recupero e componenti industriali del pet food. Ogni pezzo è unico. Per visitare il suo sito, qui !

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