Denti bianchi, di Zadie Smith


Leggo poca letteratura italiana. Lo ammetto, è così. Ci sono autori che mi piacciono molto, ma tendenzialmente le mie letture sono straniere. Non è una forma di snobismo o di esterofilia, è solo che trovo che gli autori italiani contemporanei non abbiano più la capacità di sfondare le pareti di casa e farvi entrare il mondo. Una volta ci riuscivano: la Morante, Moravia, Calvino, Pavese, la Deledda, Pirandello… nelle storie umane intime trapelava quello che erano la società, i costumi, le idiosincrasie e i grandi avvenimenti. Testori, uno su tutti, era un mago in questo con le sue storie di operai e prostitute che riflettevano la dignitosa miseria del proletariato milanese. Ora, la sensazione è che non ne siano più capaci. Le storie si avvitano sempre un po’ intorno all’ombelico dei protagonisti e lì rimangono, più o meno dolorose o divertenti, più o meno quotidiane o particolari, ma sempre piccole storie di piccole persone restano. E questo va incontro al gusto di molti che amano le piccole storie quotidiane. Io invece prediligo i romanzi che hanno un “tra le righe”, che siano costruiti su più livelli. Delle storie che non mi facciano arrivare alla fine con un: e quindi?, o con un: ma perché hai sentito l’esigenza di raccontarmelo?

Ecco, dopo questa piccola premessa arrivo a parlare di Denti bianchi, in cui Zadie Smith - padre inglese e madre giamaicana - racconta le vicende di due famiglie: i Jones, Archie, inglesissimo, lei, Clara, giamaicana; e gli Iqbal, lui e lei, Samad e Alsana, bengalesi immigrati di seconda generazione. E poi ci sono i figli: Millat e Magid Iqbal, gemelli fuori ma non dentro, e Irie Jones, ragazza mulatta sempre in lotta con i propri capelli crespi e indomabili “da giamaicana”.  A un certo punto della storia irromperà la famiglia Chalfen, Marcus e Joyce, intellettuali à la figli dei fiori, che li crescono – i loro figli – come in un giardino platonico, ma sempre alla ricerca di un “esterno” in cui evadere. Marcus studia da anni sul Topo del Futuro, animaletto che sarà l’origine di ogni cura possibile, base per la clonazione umana e che diventa simbolo della ribellione del figlio e spauracchio di tutta una generazione di moralisti e ambientalisti. Questi i protagonisti di una vicenda rocambolesca come solo può essere la vita di persone così diverse in un mondo occidentale in cambiamento, come quello degli anni Settanta/Novanta. Ma in realtà, la vera, grande protagonista del libro è l’identità, anzi, la ricerca di un senso identitario di persone non proprio inglesi, ma non proprio giamaicane o bengalesi, cristiane o musulmane, borghesi o hippy, onnivore o vegetariane. Ogni singolo personaggio è in cerca di un’etichetta da affibbiarsi e quando è già etichettato ne cerca un’altra: etichette sociali, religiose, politiche. Tutto, pur di sfuggire a quello che sei, o più ancora a quello che gli altri vogliono che tu sia, oltre agli stereotipi, ma verso un’identità sempre più stereotipata. 
«Questa è un’altra delle cose degli immigranti (rifugiati, emigranti, viaggiatori): non possono sfuggire alla loro storia più di quanto voi possiate perdere la vostra ombra».
Il libro pone molti interrogativi, e cerca di rispondere alla grande domanda universale: la propria identità è appannaggio della famiglia o della società in cui siamo inseriti? Più probabilmente entrambe le cose. Sicuramente le radici sono nel passato, come testimoniano i due “capostipiti” Archie e Samad, che si ritrovano insieme in guerra, lontani da casa a prendere decisioni che metteranno le basi non solo per la loro amicizia eterna, ma per i rapporti delle loro famiglie per gli anni a venire. Allora forse le radici del nostro vissuto sono nelle scelte che compiamo in dati momenti capitali della nostra vita, indipendentemente dal dove e dal quando. Forse ciò che diventiamo è questione di chi e perché. Mille domande a cui la Smith non tenta neanche di rispondere, ma che restano come nuvole sulla testa di ogni personaggio, ad accompagnarlo nella propria storia. Alsana a un certo punto dice:
«… dopotutto sembra che io sia occidentale! Forse dovrei ascoltare Tina Turner e indossare lucide gonne di pelle. Puah. E questo ti dimostra che puoi risalire indietro, indietro e indietro nel tempo e che al mondo sarà sempre più facile trovare il sacchetto giusto per l’aspirapolvere che una sola persona pura, una sola fede pura. Pensi che qualcuno sia inglese? Veramente inglese? È una favola!»
E allora forse il segreto è essere quello che si è, semplicemente, senza più chiedersi quali siano le proprie origini territoriali, religiose, folkloristiche e lasciarsi andare alla vita che si desidera per se stessi; forse le proprie radici sono nel futuro che costruiamo, non nelle fondamenta del passato:
«In una fantasia Irie ha visto un tempo, un tempo ormai non troppo lontano da questo, in cui le radici non avranno più importanza perché non possono perché non devono perché sono troppo lunghe e sono troppo tortuose e sono sepolte troppo profondamente. Non vede l’ora che questo tempo arrivi».
La realtà, ci dice Denti bianchi, è che ognuno di noi si costruisce così come vuole il nostro ambiente, familiare e sociale, facendosi accogliere o ribellandovisi, così come ci si lascia coccolare o ci si ribella alle proprie famiglie. Cercando altro da sé, qualcosa di diverso, sognando l’esatto opposto di ciò che si ha e scoprendo, a un certo punto, che quello da cui scappiamo è proprio ciò che l’altro più desidera. La Smith fa riferimento molto spesso a quello scrittore britannico che più britannico non si può, che è Shakespeare. Britannico sì, ma in grado di esplorare le pieghe dell’animo umano in modo universale. Tanti sono i riferimenti, soprattutto ad Amleto, perché in fondo, per quanto diversi per colore, fede, ideali, tutti noi siamo pazzi “costretti” a vivere in questo «guscio di noce» che è l’universo, intenti ogni giorno a lanciare in aria monete che decidano il nostro destino. C’è una scena del libro in cui Archie tira proprio una moneta per prendere una decisione e questa moneta, dopo una parabola improbabile, finisce nella fessura di un flipper, iniziando una partita esplosiva e fallimentare, senza dare risposte. Forse ogni domanda esistenziale che ci facciamo è proprio come la moneta nel flipper…

Note a margine: Leggere Denti bianchi ora, nel 2021, dopo l’11 settembre, la presidenza Trump, la Brexit, l’attuale pandemia, è curioso, perché in questa storia, che va dalla Seconda Guerra Mondiale, agli anni Novanta si sentono tutte le tensioni che hanno portato alla Storia nostra contemporanea. Un affresco di ampio respiro, che mi ha ricordato a tratti Salman Rushdie, seppur con più leggerezza, ma con quella capacità di analisi del tratto identitario, così pesante da portarsi dietro, così ricco nel riempire le nostre vite. Cosa significa essere inglese, italiano, americano, arabo, indiano…? E cosa significa esserlo lontano da casa? Ecco: definirei Denti bianchi una commedia identitaria, che lascia molte domande e risponde a ben poco. Ma quando si parla di identità è così: chi sa, in fondo, esattamente chi è

Denti bianchi, di Zadie Smith, traduzione di Laura Grimaldi, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 2000, 553 pagine, 7,75 euro. 

Il gatto nella foto: questi piccoli multipli d'arte seguono i percorsi immaginati dall'autrice, Antonella Cicalò, ma possono interpretare anche il flusso dei pensieri del committente che darà così lo spunto per realizzare il suo personale “gatto maestro”, unico e irripetibile. Questi collages sono realizzati con frammenti di riviste letterarie e da collezione, stagnola, legno da recupero e componenti industriali del pet food. Ogni pezzo è unico. per visitare il suo sito, qui !

Commenti

  1. Per quella sorta di serendipity così freqente quando si tratta di linguaggi e parole, subito dopo avere letto questa recensione mi sono imbattuta in una frase di Raffaele De grada - grande animatore con il suo gruppo "Corrente" della scena culturale milanese del dopoguerra:"...raccontare dell'uomo superando il suo stato d'animo". De Grada si riferiva alla scena teatrale, ma il concetto vale anche per la letteratura. Raccontare l'individuo come una pennellata necessaria in un affresco più grande, graduare il suo ruolo da protagonista o da comparsa, ma sempre necessario alla veduta di insieme è una funzione che la letteratura deve avere. E' un modo -spesso il solo - di esprimere sentimenti che neanche sapevamo di provare, è trovargli casa nel contesto che ci trovimo a vivere (che oggi muta magari più volte radicalmente in una stessa vita), è ricerca di ruoli e significati che ci spingono un po' più su del mero quotidiano, a guardarci da una posizione privilegiata e un po' più in alto.

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