I fatti narrati in questo libro sono basati liberamente su così tanti casi, relazioni e storie che il risultato è pura fantasia.
Siamo nel 1988, in una riserva indiana del North Dakota. Una donna torna a casa dal marito e dal figlio in condizioni disumane: piena di lividi, di sangue, con addosso un inquietante puzza di bruciato e benzina e terra. L’aggressore l’ha brutalmente picchiata, violentata e poi ha tentato di darle fuoco, presso la casa tonda del titolo. La donna, Geraldine, è la moglie del giudice Coutts, non una “qualunque”. Anche se Coutts non è abituato a occuparsi di reati così efferati, ma di furtarelli, casi di droga e roba così avrà comunque modo di cercare ufficialmente il colpevole.
Una donna indiana su tre sarà violentata nel corso della sua vita. [...] L’86 per cento degli stupri e delle violenze sessuali su donne indiane sono perpetrati da non indiani; pochi di essi vengono perseguiti in termini di legge.
Rendiamoci conto. Quello che è stato fatto agli indiani è stato il primo segnale del modo di condurre la storia degli americani. Poco è cambiato dall’epoca del generale Custer, ma tante leggi si sono succedute nel corso dei decenni, e tutte hanno l’obiettivo di allontanare sempre di più gli indiani dalle proprie terre e dai propri diritti. Nel libro ci sono riferimenti interessanti a queste leggi, che sono strettamente legate agli avvenimenti raccontati.
Ma per tornare al romanzo, l’indagine parallela, fatta di biciclette, birre e sigarette, la conduce il figlio tredicenne Joe, il vero protagonista della storia, che racconta in prima persona la vicenda. Viene aiutato dai tre amici, Zack, Angus e il migliore amico Cappy, che sarà risolutivo.
Difficile parlare del libro senza svelare il finale, che è fondamentale per cogliere il senso di questo romanzo così profondo e anche spirituale. Perché questo non è un thriller, anche se potrebbe sembrarlo di primo acchito. È un romanzo di formazione, in cui Joe imparerà cosa vogliono dire il dolore, il Male e soprattutto la discriminazione feroce a cui è sottoposta la sua gente, da sempre.
La sua famiglia è numerosa, complicata, tutti bevono, tutti sono più o meno sanguigni, a tratti violenti, come suo zio Withey con la compagna Sonja, di cui Joe è segretamente innamorato. Poi c’è il vecchissimo Mooshum, che tramanda le storie ancestrali delle tribù: della donna-bisonte, del ritorno dei grandi bovini, della distruzione del popolo indiano... Tutto parla di una comunità che si stringe intorno ai propri membri per sopperire alla mancanza di una giustizia e di uno Stato assenti.
Ma si parla di giustizia o di vendetta? Questo il grande dilemma morale che pone il romanzo. E una ragazzino può comprendere la differenza? E un giudice, servo della giustizia, quando si tratta di sua moglie, ha la lucidità per ricordarsela, la differenza? E tutti quelli che si muovono intorno, più o meno coinvolti, come possono reagire al dolore dei propri cari? Quindi no, La casa tonda non è un thriller, è un romanzo di formazione, l’affresco di una comunità, sullo sfondo la Storia toccata a un popolo, crudele e aggressiva, irrispettosa delle sue tradizioni e della sua cultura. Un popolo relegato ai margini della propria terra, un serbatoio di corpi che l’“uomo bianco” è legittimato a usare come vuole. Si parla anche di bambini, di adozioni, di neonati abbandonati come immondizia. È un libro duro, amaro, triste. Ci sarà giustizia? Alla fine il grande interrogativo rimane: chi ottiene una giustizia fittizia ha davvero ottenuto quello che voleva?
La scrittura di Louise Erdrich è bellissima, non a caso con La casa tonda ha vinto il National Book Award nel 2012. Io faccio fatica con la mancanza delle virgolette nei dialoghi, ma indubbiamente corre via, certo non con leggerezza, ma con bellezza sì. Stupende le pagine in cui si raccontano le credenze indiane, da cui emerge il profondo legame del popolo con la terra, gli animali, la vegetazione. Un popolo che scompare sempre di più a favore della cinica globalizzazione che non crede a nulla se non al proprio tornaconto. Scusate, ma mi esce proprio dal cuore...
Da leggere se si ha tempo, per soffermarsi anche a riflettere, e magari ad andare a vedere le leggende legate a certi simboli, primi fra tutti il bisonte – animale strettamente connesso con il femminile – e la donna-bisonte, di cui parla Mooshum. E anche un ripassino alla storia indiana e alle guerre tra nativi e coloni americani, soprattutto oggi, non farebbe male...
Da leggere anche la postfazione, in cui l’autrice fa un excursus sulle leggi e sui dati relativi ai reati sulle donne indiane. Interessante e ricca di spunti di riflessione e di studio.
Una nota: a New York, vicino a Battery Park, c’è il National Museum of the American Indian. Bello, importante, pieno di cose interessanti. Ma... è forse un modo di sublimare un secolare senso di colpa?...
La casa tonda, di Louise Endrich, Feltrinelli, 2012, 378 pagine. Traduzione di Vincenzo Mantovani
