Dai, diciamolo, il teatro a volte può risultare ostico da leggere. Un po’ perché i testi sono spesso strettamente legati alla messinscena, un po’ perché obbliga a uno sforzo immaginativo data la mancanza di descrizioni ambientali e psicologiche. È una letteratura di personaggi. E questi devono avere una profondità di parola espressiva molto superiore a quella della narrativa. Cosa pensa il personaggio? Perché? Quali sono le sue aspettative? Qual è il suo passato? E che relazioni ha con gli altri personaggi, che a loro volta pensano e agiscono senza che ci dicano il perché? Il buon testo teatrale è quello che a queste domande semplicemente non risponde perché non ce n’è bisogno, perché il suo “qui e ora” è sufficiente a renderlo “umano”.
Ecco, Massimo Canepa e Paolo Faroni, componenti del gruppo Blusclint, in questa Trilogia della morte con lieto fine ci fanno conoscere personaggi così, che esistono, vivono, hanno senso in quell’alveo lì, quello di un testo breve, efficace, in cui c’è tutto quello che serve, non una parola, non una situazione, non un dialogo in più.
Il tema, lo dice il titolo, è la morte. Ma è poi vero? Non sarà che invece, più della morte, è l’incapacità di vivere?
Emi, Paolo e Roby sono ragazzi di provincia, amici un po’ tamarri, molto diversi tra loro, che affrontano un Sabato sera. Dalla provincia con amore, in discoteca tra tradimenti, risse, droga... Il tutto circondati da un materiale tossico come l’Eternit che forse però non è tossico come le loro quotidiane esistenze. E allora la morte non è già arrivata, se è essa mancanza di vita?
La varia ordinaria umanità che affolla il marciapiede di una stazione di provincia, diventa un diorama della nostra specie. Impiegati, assicuratori, disabili che offrono Liquirizia, immigrati... ognuno con la sua famiglia complicata, il suo lavoro logorante, le sue cattiverie, le sue piccinerie, i suoi razzismi, i suoi desideri. Ma per quanto possano sembrare piccoli, meschini, gretti, gli esseri umani hanno ognuno la propria formula per vivere, e chi dice quale sia migliore... basta però lasciare in pace gli altri, altrimenti...
Anche chi sembra avere una vita perfetta, brillante, rutilante si ritrova su un tetto a festeggiare non si sa cosa con tre quasi-sconosciuti, come fa Gloria. Arianna, Martino e Giorgio sono davvero invitati alla sua festa Sul tetto del mondo o solo dei testimoni? Quando la maschera cade, spesso il viso sotto è sfregiato...
Ma alla fine noi esseri umani siamo così, un po’ marci un po’ tristi un po’ «fatti della stessa stoffa di cui son fatti i sogni»... abbiamo dentro moltitudini, ognuna sola a modo suo. Pensiamo di essere importanti, motori del mondo, intelligenti, speciali, ma a volte siamo solo una mano che apre una scatoletta...
La scrittura dei testi è lieve ma profondissima, si leggono veloci, acchiappano come un giallo. Ognuno dei personaggi apre una porta di cui si vuole varcare la soglia. Si riescono a immaginare ambienti, suoni, odori... con semplicità e dialoghi brillanti, senza tanti monologhi interiori o didascalici di situazioni altre ci si immerge in queste “piccole” quattro storie, chissà come? Confortati o angosciati? Sono commedie o immani tragedie? Chi soffre davvero: chi va o chi resta? Queste sono le domande a cui noi lettori/spettatori siamo chiamati a rispondere... da soli, come ognuno di noi, alla fine, è, nel male e nel bene, perché in un modo o nell’altro tutti siamo alla ricerca di un lieto fine come GianGiorgio e Milly.
Trilogia della morte con lieto fine, di Massimo Canepa e Paolo Faroni, Industria e letteratura - teatro in tasca, 2025, 180 pagine.
