Preso a caso al Libraccio, La montagna del padre, opera prima di Philipp Lewis, è un libro molto doloroso, molto bello, un pugno nello stomaco.
È la storia di una famiglia come tante dell’America provinciale degli Appalachi: Old Buckram è una cittadina, potremmo dire un villaggio, dove non c’è nulla, non si spera nulla, non si vede futuro. E infatti il protagonista Henry Aster, che racconta in prima persona, scappa appena può, va al college, e si lascia dietro la madre Eleanor e l’amatissima sorella Threnody, che si chiama così perché «fa quasi rima con Trinità». Della famiglia fanno parte anche il nonno Helton e la nonna Maddy, i genitori del padre. Il padre. Tutta la vita di Henry ruota intorno al padre, che è venuto al mondo con un dono, un dono che potrebbe diventare gloria e felicità e che presto si trasforma in una prigione, in cui si dibattono rancori, frustrazioni e ossessioni. Lui legge. Legge come se dipendesse la sua esistenza. Legge e dai libri trae... tutto, la sua vita, le sue credenze, la stessa aria che respira.
Cominciò a formulare una dettagliata e fino ad allora inedita ipotesi sul bisogno della psiche umana di leggere un dato libro in un dato momento e su quanto fosse importante, anzi essenziale, avere il libro desiderato a portata di mano quando arrivava l’ispirazione. In sostanza, quando si decide che si vuole leggere qualcosa, bisogna averla a disposizione per tuffarcisi subito.
Legge Tennessee Williams, Nabokov, Falkner, Salinger... e su tutti Camus, e quel libro meraviglioso che è Lo straniero e che inizia con la frase che segnerà irreparabilmente la vita di Henry: «Oggi è morta mamma». Quella di Henry è una vita tormentata; troppo colto, troppo intellettuale, troppo tutto per stare in una cittadina castrante come Old Buckram, ma troppo legato per andarsene. Troppo bravo a leggere, pensare, divulgare, ma incapace di scrivere un suo romanzo, una frustrazione che lo porterà a non farcela più, a bere, a disinteressarsi della famiglia, a non vedere più la bellezza reale, che vede ormai solo quella che la letteratura descrive, ma non può incarnare. Ama i suoi figli, ama sua moglie, ma non ce la fa, è tutto troppo e troppo poco per lui. Non può vivere nei libri e allora che fare? La depressione vince e lui... scompare. Da un giorno all’altro. Da allora Henry vivrà cercando disperatamente di allontanarsi da casa. Una casa assurda tra l’altro, voluta dai genitori, ma in cui era avvenuto un terribile omicidio/suicidio di una famiglia composta da quattro persone che sembrava normalissima. Una casa tutta angoli, ferro e vetro, stanze enormi e strane, che sembra una metafora – se non un monito – della famiglia Aster. Per fortuna Eleanor, Henry e Threnody si salvano... ma a che prezzo.
Il libro racconta la vita di Henry, il suo amore con la bella e tormentata Story, anche lei alle prese con una terribile famiglia disfunzionale da cui è stata adottata; e poi il rapporto complesso con la sorella, le sue fughe e i suoi ritorni, i suoi sensi di colpa terribili e il suo disperato bisogno di essere altro da sé tagliando i ponti e inventandosi un’esistenza. Ma l’ombra del padre è sempre lì, immensa e lacerante. Cosa deve voler dire vivere sempre al di sotto delle proprie potenzialità? Sentirsi un pesce fuor d’acqua sempre, quello sbagliato, quello esagerato, quello che non ha mai preso le decisioni giuste, quelle “normali”? E sarà la stessa cosa per lui? Si sentirà sempre un passo indietro perché un passo avanti? Forse, forse no, ma Henry vuole vivere. E amare.
La figura del padre è una di quelle più tristi che ho incontrato nel mio cammino di lettrice, veramente. Ma così vero, così autentico nel suo dolore, che mi ha lasciato una sensazione profonda. Bella, brutta, dolce, sgradevole? Non lo so, ma sicuramente potente.
Chiudo con una citazione che mi ha profondamente toccata, nella sua crudezza:
Il tempo c’è solo quando ha la volontà di farne qualcosa. [...] Il tempo non è dopotutto che la spiegazione umana dell’inferno. In verità né il tempo né l’inferno esistono, ma il tempo ti ruba l’anima come l’inferno non potrebbe mai fare.
Amen.
La montagna del padre, di Phillip Lewis, Bompiani, 2017, 377 pagine. Traduzione di Tommaso Bernardi
