Passa ai contenuti principali

La felicità del lupo, di Paolo Cognetti


 È delicato Paolo Cognetti. Un po' troppo delicato, per me. Nei suoi libri che parlano di montagne, queste sono aspre solo nelle descrizioni, ma non nella scrittura. La scrittura è un po' manierata, dolce, poetica di una poesia bella ma debole. Non che La felicità del lupo non mi sia piaciuto, anzi, l'ho letto senza pause e mi ha tenuto compagnia in una giornata in cui avrei dovuto essere in montagna e invece, per un contrattempo, ero a casa in relax, sul divano. 

La storia di Fausto e Silvia, cittadini ad alta quota per scelta – la vicenda di svolge a Fontana Fredda, sullo sfondo il Monte Rosa – uno in fuga, l'altra alla ricerca di qualcosa, è bella, piena di buoni sentimenti e di desiderio di superare le difficoltà. La sfida con se stessi è un classico delle storie di montagna. Al personaggio di Santorso, montanaro rude, solitario e senza amici che nasconde verità sentimentali tenere, ci si affeziona. Ci sono pagine molto belle, in cui a tratti mi sono anche immedesimata: come nella discesa di Fausto a Milano per incontrare la sua ex e firmare la vendita della casa che avevano in comune. Quello stordimento che prova lui al ritorno in città è quello che provo io ogni volta che torno da un posto diverso, anche dopo due settimane, figurarsi dopo mesi!

In fila al semaforo pensò: Dio mio, ci si abitua davvero a tutto. Potrei anche riabituarmi a questo, mi basterebbe una settimana. Fu automatico prendere la circonvallazione, svoltare dopo il ponte della Ghisolfa, trovare parcheggio nella solita via laterale. Nella piazza del quartiere andavano e venivano fattorini peruviani, arabi sfaccendati sedevano ai tavolini all'aperto, africani alti e sottili aspettavano il bucato fuori dalle lavanderie a gettone. L'umanità era come il bosco, pensò: scendendo di quota diventava più varia.

La discesa di Fausto in città, la salita di Silvia al rifugio a quattromila metri: un sali-scendi che molto ricorda quelli della vita, tra difficoltà e fiati tirati, tra dolori e momenti di gioia perfetta, come quella che arriva all'alba sui picchi dopo un'arrampicata faticosa. Quelli sono i momenti per cui vivere e per cui soffrire. C'è chi riesce a vivere davvero solo così e chi invece non ce la fa e alla fine ritorna alla pianura, dove si soffoca e si suda, ma dove si cammina più facilmente. 

Il lupo è un animale nomade e si sposta in base a dove trova la sua felicità. Anche gli uomini forse, quelli che ne hanno il coraggio.

... non si capiva esattamente perché si spostasse, l'origine della sua irrequietezza. Arrivava in una valle, magari trovava abbondanza di selvaggina, eppure qualcosa gli impediva di diventare stanziale e a un certo punto lasciava lì tutto quel ben di dio e se ne andava a cercare la felicità da un'altra parte...

È un bel libro. Ricco di immagini. Capitoli brevi e una scrittura piana ed essenziale. Molto emozionante il finale, con i sogni di ogni protagonista della vicenda. Però... con Cognetti ho sempre un però. Forse perché le sue storie non radicano in me, non trovano uno spazio dove restare. Forse i suoi libri sono davvero simili ai lupi...  

Note a margine: Ci sono citazioni nel libro. Fausto è uno scrittore e i libri di cui parla sono pietre miliari, che amo molto: Jack London – chiarissimi ed espliciti i riferimenti alla foresta e al suo canto;  la Blixen e il suo Il pranzo di Babette, nome del ristorante in cui Fausto lavora; Hemingway – in particolare di suo cita un racconto che si intitola In un altro paese, contenuto in I quarantanove racconti, molto breve e molto triste, ma molto bello, da rileggere. E poi sono molto belle le parti dove parla di Hokusai e del ruolo che le montagne hanno nelle sue opere: osservatrici di un mondo umano in affanno, o parte imperturbabile della Grande Onda... molto curioso e interessante.

La felicità del lupo, di Paolo Cognetti, Einaudi, 2021, 137 pagine. Una nota di merito alla bellissima copertina di Nicola Magrin

Post popolari in questo blog

Tre, di Valérie Perrin

  Puro intrattenimento, ottimo. Dopo Il quaderno dell'amore perduto (bruttissimo il titolo italiano; suonava così bene in francese: Les Oubliés du dimanche  [I dimenticati della domenica])  e Cambiare l'acqua ai fiori , la Perrin torna a parlare di passato e di come il passato sia inevitabile vettore delle nostre vite, nel bene e nel male; come non possa cancellarsi; come possa essere rifugio e pietra al collo, consolazione e condanna. Banale? Un po', indubbiamente. Ripetitivo? Anche, forse. Ma devo dire che non mi stanca mai. È una di quelle autrici che non consiglio di leggere in modo "seriale"; penso che tra un libro e l'altro sia meglio inserire altre letture per non rischiare di cadere un po' nella reiterazione del meccanismo. Ma se si vuole "staccare il cervello" con letture di evasione, avvincenti e scritte bene, allora la Perrin per me è perfetta.  Con Tre ci porta a La Comelle , un paesino della Borgogna, uno di quelli da cui i ragazzi

La variante di Lüneburg, di Paolo Maurensig

  Ho trovato per caso, tra altri libri, sistemando una casa per affittarla, La variante di Lüneburg di Paolo Maurensig . Incuriosita, non conoscendo l’autore né il titolo mi sono informata, scoprendo che è considerato un capolavoro nel suo genere. Beh, lo confermo. L’ho letto in un giorno, senza riuscire a staccarmene. Non amo etichettare i libri per genere, ma se dovessi farlo per questo, onestamente non saprei dove collocarlo. Inizia come un giallo, con la morte di un uomo d’affari e scacchista, Dieter Frisch , che viene catalogata come suicidio. Ma sul cui corpo viene ritrovata una scacchiera di stoffa, cosa che fa pensare invece più a un’esecuzione. Con un flashback del giorno prima della morte, ritroviamo Frisch in treno impegnato in una partita a scacchi con un collega. A un certo punto nello scompartimento entra un uomo, Hans Mayer , che comincia a raccontare una storia sul suo maestro-mentore-padre adottivo, Tabori , ex detenuto del lager di Berger Belsen che si scoprirà avere

Denti bianchi, di Zadie Smith

Leggo poca letteratura italiana. Lo ammetto, è così. Ci sono autori che mi piacciono molto, ma tendenzialmente le mie letture sono straniere. Non è una forma di snobismo o di esterofilia, è solo che trovo che gli autori italiani contemporanei non abbiano più la capacità di sfondare le pareti di casa e farvi entrare il mondo. Una volta ci riuscivano: la Morante, Moravia, Calvino, Pavese, la Deledda, Pirandello… nelle storie umane intime trapelava quello che erano la società, i costumi, le idiosincrasie e i grandi avvenimenti. Testori, uno su tutti, era un mago in questo con le sue storie di operai e prostitute che riflettevano la dignitosa miseria del proletariato milanese. Ora, la sensazione è che non ne siano più capaci. Le storie si avvitano sempre un po’ intorno all’ombelico dei protagonisti e lì rimangono, più o meno dolorose o divertenti, più o meno quotidiane o particolari, ma sempre piccole storie di piccole persone restano. E questo va incontro al gusto di molti che amano le pi