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Berta Isla, Javier Marías

Berta Isla è l'esempio perfetto di romanzo che continui a leggere senza riuscire a smettere, anche se in fondo non sai perché; che ti tiene incollata alla lettura, anche se in realtà non c'è una vicenda appassionante da seguire, né un finale misterioso da scoprire, né tantomeno azioni al cardiopalma da non poter interrompere. Berta Isla è un "dietro le quinte", e non a caso uso la metafora teatrale (io che del teatro mi nutro da sempre). È l'omino del cervello dei personaggi di le Carré, di Ludlum, di Follett... è ciò che succede laddove tutto ha inizio e tutto finisce nonostante quello che ci capita: la nostra anima. Siamo abituati a leggere libri di spionaggio al cardiopalma (Ludlum) o che scoperchiano complotti internazionali (le Carré) o che raccontano con eleganza le vicissitudini "quotidiane" dell'agente segreto in missione (l'Ashenden di Maugham). È un genere che amo molto e di cui ho letto parecchio. Ma mai avevo incontrato un romanzo che affrontasse le "questioni di spionaggio" in modo così intimistico e profondo. Cosa succede a chi resta a casa? Come evolvono le storie d'amore, le storie genitoriali, le storie intime dei protagonisti. Un punto di vista veramente particolare e speciale. 

La storia è semplicissima: Berta Isla e Tomás Nevinson si sposano dopo anni di amore giovanile. Lei lo ama da tutta la vita, lui non vede l'ora di tornare a Madrid da Oxford dove sta studiando per sposarla. Lui è bilingue spagnolo-inglese, assimila molto velocemente lingue straniere e dialetti, ha un dono innato per l'imitazione e la trasformazione. Lei perde la verginità con un matador sconosciuto, lui ha un'amante, che sarà l'avviamento di tutta la vicenda (di cui naturalmente non svelo i particolari). Vivono insieme, due figli, lui passa lunghi periodi a Londra dove ufficialmente lavora per il Foreign Office, lei lo aspetta. Le assenze diventano sempre più lunghe, lui torna sempre più distante e con cambiamenti fisici strani. Lei sospetta, lui le dice il minimo indispensabile. Ma Berta deve vivere tutti i giorni sapendo che suo marito è in giro per il mondo, chissà dove, chissà con chi e fare cosa; sapendo che tornerà a casa ogni volta sempre più cambiato; non sapendo quando lui crollerà, se crollerà, sotto il peso di azioni non si sa quanto indicibili, che piano piano erodono la sua anima e di cui non si possono prevedere le conseguenze. 

Marías tiene all'oscuro anche noi; nulla ci svela di quello che fa Tomás quando è in missione, né delle donne che seduce, né delle vite che ha sulla coscienza, direttamente o indirettamente. Quello che ci svela sono i moti dell'anima dei due protagonisti, quello che avviene all'interno, nei più oscuri meandri del pensiero... E come dicevo in apertura, tanti sono i riferimenti al teatro, soprattutto a Beckett e a Shakespeare

Erano frasi che a Tomás suonarono come se le avesse scritte Beckett...

(Questa citazione ricorre sia all'inizio che alla fine del romanzo). O quando Berta gli racconta una vicenda dell'Enrico V del Bardo. Ma anche tanti riferimenti "tra le righe" a Macbeth, ad Amleto, all'Enrico V, appunto. Ci sono anche riferimenti al teatro in quanto tale, che appaiono all'interno di discorsi sulla vita e il mondo e li rendono affascinanti, oltre che interessantissimi:

Tutto quello che ci viene detto può essere e non essere [ancora Amleto, sic!] [...] tutto è una rappresentazione, come se fossimo a teatro convinti di vivere la realtà e non ci fossimo resi conto che si sono spente le luci e si è alzato il sipario e che per di più siamo sul palcoscenico e non sopra o sotto, tra gli spettatori, o che siamo sullo schermo di un cinema senza poterne uscire, intrappolati nel film e obbligati a ripeterci a ogni nuova proiezione...

Qui ci ho trovato anche Buster Keaton con il suo La palla n. 13. E poi, soprattutto, la letteratura: il romanzo è costellato da citazioni di Melville, Dickens, ma soprattutto di T. S. Eliot di cui ricorrono spessissimo versi proprio per bocca dello stesso Tomás, di cui è l'autore preferito. Versi che diventano colonne sonore in versi di vita:

Questa è la morte dell'aria.

La letteratura che diventa letteratura dell'esistenza.

Contemporaneamente Marías ci racconta di quegli anni, gli anni dell'Ira, della guerra nelle Falkland, dell'era Thatcher, della fine del franchismo, anni complessi, anni di equilibri precari e di forte pericolo di terrorismo. Essere nel cuore degli avvenimenti doveva creare un certo qual senso di potenza, dare la sensazione di significare qualcosa, di salvare vite umane, di decidere le sorti del pianeta, nonostante la propria inevitabile, implacabile provvisorietà «come la coda di una lucertola». Ma a casa, per la moglie e i figli, è quasi uno sconosciuto, ormai. Importante per il mondo, inesistente per la famiglia. Una dicotomia di cui la letteratura si è spesso occupata, ma che in Berta Isla penso tocchi un apice raramente raggiunto. La solitudine di Berta in attesa di qualcuno che forse in realtà neanche conosce è palpabile a ogni pagina; come il suo tentativo di spiegare, di dare una forma alle sue sensazioni, di capire, cosa che dà vita a pagine bellissime, anche se un po' prolisse e cervellotiche, forse, ma che sono perfettamente coerenti con quello che succede nella testa di Berta, che ha solo i suoi pensieri su cui arrovellarsi e poco altro, frasi spezzate e un'unica grande consapevolezza: non saprà mai.

Nulla di quello che faccio esiste per te. Non dovrebbe esistere nemmeno per me. Di fatto non esiste, come vuoi che te lo dica? Non avviene, non ha luogo... Accadiamo semplicemente.

Deve solo accettare ciò che Tomás ha scelto (che poi, l'ha proprio scelto?) per la sua vita. Tutto qui, aspettare e subire. Ma, come spesso capita, identificare vittime e carnefici è molto difficile e spesso fallace, soprattutto in un mondo che nega l'evidenza di azioni criminali mascherandole da necessità per il bene pubblico. Ma è poi sempre vero? E fino a dove si può spingere una persona per difendere una patria che accetta che uomini perdano la propria anima? 

Personaggi ambigui e sempre sull'orlo della falsità si agitano in questo romanzo in cui solo la vittima più eclatante della vicenda, Berta, sembra innocente. Ma si può essere perfettamente innocenti? Marías pone mille domande e non risponde a nulla se non a una: non è vero che ciò che non si sa non ci danneggia, anzi, ci danneggia proprio nel non sapere. Ci logora, ci rende diversi. 

Un libro splendido, in cui la scrittura è la vera protagonista; un autore che non ha paura di entrare nelle cose, di affondarci, di rendersi prolisso, di usare una terminologia complessa; la letteratura che piace a me, quella che va oltre l'azione, facendo dei moti dell'anima l'azione stessa. Come nel buon teatro, appunto.

Berta Isla, di Javier Marías, Einaudi, 2018, 478 pagine, traduzione di Maria Nicola

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