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Un ragazzo, di Nick Hornby




Quando voglio leggere qualcosa di leggero, divertente, ma non superficiale, leggo Hornby. La cosa un po' allucinante che sto notando da quando cerco di mettere ordine nelle mie letture, è che degli autori che amo spesso mi mancano da leggere proprio i libri più conosciuti, quelli per cui sono diventati famosi, diciamo così. Nel caso di Hornby ho scoperto di aver letto praticamente tutti i romanzi tranne gli ultimi (Proprio come te e Lo stato dell'unione che mi riprometto di prenotare in biblioteca) e, incredibilmente appunto, Un ragazzo, che ho trovato durante una delle mie scorribande al Libraccio. Quindi comprato, quindi letto.

E che dire, se non che conferma la mia opinione: Hornby sa parlare di cose tremende con incredibili soavità e ironia, in pieno stile british. Se si estrapolano gli argomenti trattati e le caratteristiche dei personaggi, ci troviamo davanti a un potenziale drammone a tinte forti, intervallate da poesie crepuscolari e grandi soliloqui a tema esistenziale. E invece Hornby trasforma tutto in commedia, ma evitando magistralmente di buttarla in caciara. La narrazione di Hornby parte dai personaggi, tutti ugualmente importanti, non uno di più né uno di meno. È il personaggio che traina l'azione, mai viceversa. Parte dalle persone per rendere le vicende credibili e profondamente umane. Sono le persone che cambiano le vite, non ciò che si vive. Può sembrare scontato, ma non lo è.

Marcus è un ragazzino «strambo» suo malgrado, figlio di una coppia di hyppies di ritorno – Fiona e Clive – che lo costringono inconsapevolmente a essere vegetariano, ad ascoltare (e cantare) Joni Mitchell e Bob Marley, a indossare abiti e scarpe fuorimoda e a portare una zazzera di capelli senza taglio che lo rendono bersaglio dei bulli della scuola. Non che lo obblighino con la forza, semplicemente gli sembra normale che lui sia come loro, senza rendersi conto che potrebbe non essere così e che potrebbe avere gusti diversi. Marcus parla forbito, ha una curiosa e troppo matura percezione delle cose che lo rendono completamente privo di sarcasmo, ha pochi per non dire zero amici, è alla disperata ricerca di una figura purchessia che lo faccia essere quello che dovrebbe essere, un ragazzino. Alla ricerca di questo, Marcus trascina in quella vicenda che è la sua disgraziata vita da adolescente Will, che è a sua volta adolescente non all'anagrafe ma nell'anima, trentaseienne nullafacente (campa con le royalty musicali di un vecchia infantile canzone di Natale del padre, cosa che lo rende vittima di una cocente umiliazione autoimposta), sempre alla ricerca di un escamotage per incontrare donne che nella sua testa sono la chiave per svoltare la propria vita da scapolo impenitente; bugiardo più per necessità che per vocazione, sa come vestirsi, come pettinarsi, è impantanato tra ciò che vuole e ciò che deve fare per ottenerlo. Sembra essere convinto che per avere la Donna Giusta l'unica via sia quella del far credere di essere ciò che non è. Spacciandosi per un divorziato con figlio a carico si imbatte per vie traverse in Marcus. Poi c'è Fiona, la mamma di Marcus, suo malgrado motore di tutta la vicenda, talmente presa dalla sua infelicità da non rendersi conto che il figlio sta andando alla deriva, lontano da lei, ma cercando disperatamente di tenersi ancorato al suo corpo e alla sua anima, pur pretendendo la propria indipendenza. Clive, il padre di Marcus, vive a Cambridge con la nuova fidanzata ed è talmente immaturo da non riuscire a smettere di farsi le canne davanti al figlio. E poi c'è Ellie, la ribelle sedicenne con le labbra nere e i capelli a schizzo, che sceglie Marcus come amico da educare in cambio di risate e sudditanza, che sa tutto di Kurt Cobain, che tiene testa agli adulti, indomabile, di pessimo carattere ma con forti ideali da difendere e una madre, Katrina, che con lei non sa più cosa fare. E poi Rachel, che è tanto ricercata quanto in cerca di un amico per il figlio che fa il gradasso con scarsi risultati e di uomo per sé, che troppi ne ha visti e pochi – nessuno – sono rimasti. 

Alla fin fine è l'umana ricerca il motore di ogni cosa. Tutti i personaggi sono alla strenua e spesso inconscia ricerca di qualcosa: Marcus di persone, di qualunque genere, per condividere lo spazio fisico ed emotivo (bellissima la metafora delle piramidi acrobatiche in cui non importa chi ti regge, l'importante è che lo faccia, per farti stare in equilibrio e non cadere); Will di una donna che lo faccia sentire uomo; Fiona della serenità e di un manuale per diventare una mamma migliore; Clive di un manuale per diventare un padre purchessia; Katrina di una figlia amorevole ed Ellie di un modo per diventarlo; Rachel di un uomo per sé che sia un padre per suo figlio; tutti di un modo per restare vicini ognuno con la propria indipendenza emotiva. Hornby, insomma, costruisce una trama fittissima di avvenimenti interiori più che di vicende e tocca temi importantissimi e brutalmente drammatici: il suicidio, la difficoltà di crescere (enorme sia da ragazzini che da adulti), il vuoto esistenziale, la presa di coscienza di fare fatica a essere madre, padre, amico, amica, la potente rivendicazione di libertà personale, il dolore della solitudine, i vuoti affettivi devastanti che lasciano famiglie incomplete e incapaci di portare fuori da sé le proprie idiosincrasie e le proprie convinzioni. Tosto eh. Ma Hornby lo fa con la penna intinta nell'inchiostro della leggerezza, della levità, anzi, del divertimento, del calembour della commedia senza però mai perdere di vista il lato drammatico e dolente delle cose. Si ride e si sorride, si piange anche un po', ci si affeziona pazzescamente a questi personaggi così insicuri e spersi nel mondo della comunicazione tra generazioni. Ma un punto di incontro si trova sempre, senza tanti drammi, con la voglia di crescere e di superare le difficoltà, appoggiandosi a un amico che sa come ti senti. Alla fine la vita di tutti noi è tutta qui. 

Hornby è lo scrittore che in mezzo a una scena stile commedia all'italiana, con tanto di polizia, reati minori e una rocambolesca corsa verso un commissariato, infila questa frase (riferita a Fiona e Katrina in veste di vittime dei loro rispettivi figli): 

Loro erano le Morte Viventi. Non riuscivano a vivere, non come si deve, e non riuscivano a morire; tutto quello che riuscivano a fare era sedere nella macchina di uno sconosciuto e riderci sopra. 

Ecco, scelgo questa come frase esplicativa dell'atmosfera di questo piccolo gioiellino di letteratura inglese contemporanea.

Il film con Hugh Grant è un cult per chi, come me, nel 1994 aveva diciotto anni e me lo ricordo come esponente di quella commedia in cui gli inglesi sono tanto bravi. Vedendo la recente serie The Undoing, mi sono riempita di malinconia per la giovinezza di Grant (e anche per la bocca sottile e normale della Kidman) e la leggerezza di un certo genere di film che ultimamente sembra un po' scomparsa per trasformarsi, talvolta, in una sorta di umorismo triviale e poco elegante (anche se inglesi e francesi continuano a produrre film molto garbati).

Atmosfere, connessioni, influssi: 
Tutti i libri di Hornby sono da leggere e ascoltare. La trama di Un ragazzo è costellata di citazioni musicali, da Joni Mitchell a Bob Marley a Bob Dylan ai Nirvana, ovviamente. Sono citati anche film che riportano immediatamente ai "meravigliosi anni Novanta": Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi, Free Willy, Un amico da salvare, Cerbero, Il Demonio... e poi Countdown, quiz televisivo che diventa tassello iniziale e indispensabile alla nascita dell'amicizia tra Will e Marcus. Come se i fatti della vita fossero intrinsecamente legati a ciò che fruiamo, cosa che per mia convinzione è, senza dubbio.
Vorrei anche ricordare la citazione di Dio di illusioni di Donna Tartt, libro che ho letto recentemente e mi è piaciuto tantissimo, scritto nel 1992, pochi anni prima di quelli narrati.

Note a margine:

Per noi che negli anni Novanta ci apprestavamo a mettere timidamente piede nell'età della giovinezza, lasciando quella dell'adolescenza, la morte di Kurt Cobain fu una sorta di dramma collettivo. Ricordo che lessi L'angelo bruciato. La storia di Cobain, scritto da Dave Thompson, fino a consumarlo. Complice la sua bellezza angelica in abbinata a quella voce maledetta e a quei testi all'epoca così trasgressivi, quello di Cobain fu un suicidio che segnò moltissimo la sensibilità di chi lo considerava un amico, come Ellie, così capace di cantare il disagio di noi tutti. In una generazione priva di Internet, il potere della musica era ancora potentissimo anche perché ammantato di mistero; quello dei cantanti era un mondo altro, irraggiungibile, mitico quasi. Ora possiamo seguire i cantanti preferiti su Instagram, "conoscere" la loro famiglia, sapere cosa mangiano, dove vanno in vacanza, che animale domestico hanno, anche scrivere messaggi che hanno molta probabilità di ricevere risposta. Una volta potevamo fantasticarci sopra, ammantarli di divino. Erano esseri mitici. E la morte del Dio, in assenza di evangelica risurrezione è un qualcosa che, per forza, ti segna. Quando poi il personaggio in questione di Dio ha la bellezza, l'impatto sull'immaginario è devastante. E così fu. Chissà cosa sarebbe stato nell'era di Instagram...

Il gatto nella foto: questi piccoli multipli d'arte seguono i percorsi immaginati dall'autrice, Antonella Cicalò, ma possono interpretare anche il flusso dei pensieri del committente che darà così lo spunto per realizzare il suo personale “gatto maestro”, unico e irripetibile. Questi collages sono realizzati con frammenti di riviste letterarie e da collezione, stagnola, legno da recupero e componenti industriali del pet food. Ogni pezzo è unico. Per visitare il suo sito, qui !

Un ragazzo, di Nick Hornby, Guanda, (prima uscita: 1998).

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