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Le regole della casa del sidro, di John Irving

Buonanotte principi del Maine, re della Nuova Inghilterra.

Mi manca Homer Wells. Vorrei fosse reale per poterlo chiamare e chiacchierare con lui di Jane Eyre e King Kong. Dal momento che Homer Wells, il protagonista, prende la sua strada, è come se un amico caro partisse senza sapere quando lo si rivedrà. Ho finito di leggere Le regole della casa del sidro quattro giorni fa e non riesco a smettere di pensarci. Anche ora che sto leggendo Eleanor Oliphant sta benissimo. Penso che la potenza dei grandi libri sia tutta lì, nell'entrare a far parte della tua vita, come fanno i bravi insegnanti, i fidanzati indimenticabili, i genitori quando sono in gamba, i grandi amici.

Mi sono innamorata di John Irving con Hotel New Hampshire e poi con Preghiera per un amico e poi con Il mondo secondo Garp e poi mi sono accorta, leggendo Cambiare l'acqua ai fiori, che non avevo letto quello che molti pensano sia il suo capolavoro. Per cui ho rimediato, leggendo il libro e guardando il film. Ma il film che, a parte la bravura degli attori e la regia indubbiamente bella, non riesce a rendere la parabola della vita di Homer, vuoi per il taglio di alcuni personaggi fondamentali e vuoi, soprattutto, l'arco temporale accorciato, con vere e proprie crasi tra periodi della vita dei protagonisti, che ha falsato sia la vicenda, sia i rapporti tra i personaggi. Certo, è un bellissimo film se non si è letto il libro; in caso contrario, lascia l'amaro in bocca. 

E niente, Irving mi porta via. I suoi personaggi sono di un’umanità sconvolgente, pieni di contraddizioni e di dolore e di felicità e di bellezza e di cattiveria.

La storia di Homer Wells è una storia di contraddizione e coerenza morale, di protezione e menzogna. È la storia di un predestinato che cerca di sfuggire al suo destino, ma che al destino dovrà inevitabilmente tornare. È la storia di aspettative insoddisfatte e di presa di coscienza che le persone non sempre sono all’altezza della grandezza che attribuiamo loro. È la storia di un orfano che pensa di aver trovato il suo posto per poi accorgersi che non era vero, e che il proprio luogo fisico può essere solo quello dove risiede il cuore. Irving è bravissimo a parlare dei luoghi nella loro essenza, in cui ci si sente protetti, ci si sente "a casa" (tema a me molto caro). Ma quelle di Homer Well, e di Wilbur Larch, di Wally e Candy, di Angel e Rose Rose, di Melony e Lorna, di Nurse Angela, Nurse Caroline e Nurse Edna, sono solo storie d’amore. Di quell’amore profondo e originario di cui tutti ci cibiamo, di cui tutti abbiamo paura, ma a cui tutti in un modo o nell’altro cerchiamo di tornare.

Irving scrive trame complicate nella loro apparente semplicità, inserendo personaggi importantissimi molto avanti nella narrazione, facendoli diventare, con pochi tratti, colonne fondamentali nella vita dei personaggi. Qui è il caso di Rose Rose e di Nurse Caroline. Sembra una cosa secondaria, e invece è geniale. Siamo abituati a entrare in empatia con i personaggi da subito e a stare con il fiato sospeso per sapere cosa succederà loro. Invece Irving riesce a ricreare lo stesso meccanismo in quante?, cento, duecento pagine su 611, dando importanza a ogni singolo "essere" che entra nella storia.

Ricordate la frase celebre di Cechov: «Se in un storia compare un fucile, questo prima o poi dovrà sparare?»; ecco, Irving fa la stessa cosa con i personaggi: se uno compare, deve avere un ruolo chiave. Nessuno sarà lasciato indietro.

E contemporaneamente riesce a parlare di grandi temi, intessendoli nella trama della vita di ognuno. Qui la questione dell'aborto (che è alla base del rapporto dicotomico tra Homer e il dottor Larch), quella del segregazionismo e della "questione dei neri" negli stati del Nord e del Sud dell'America anni Quaranta/Cinquanta e quello dell'entrata in guerra degli Stati Uniti. E si dirà: beh, è normale, i grandi momenti storici influenzano le nostre vite. Vero. Ma non è facile parlare delle grandi tematiche tra le pieghe delle storie personali senza farle diventare il fine ultimo della narrazione. Irving ci riesce benissimo, riportando un grande affresco sociale, politico e ideologico attraverso le "piccole" esistenze di persone normali che cercano, e spesso trovano, l'amore nel vasto mondo.

Insomma, un libro straordinario, che mi manca molto e che prima o poi penso rileggerò. 

Una piccola parentesi: Hotel New Hampshire resta il mio preferito, ma qui entriamo in una sfera personale e di immaginario. L'orso intelligente e la ragazzina che o diventa la migliore scrittrice del mondo o niente restano indelebili figure del mio cervello e del mio cuore. Ma penso che davvero Le regole della casa del sidro possa considerarsi un capolavoro.

Note a margine: 
Le regole della casa del sidro, per me, è un libro sui luoghi. E sui luoghi in questi tempi in cui la casa è diventata luogo di rifugio e gabbia, mi trovo a riflettere. I luoghi in cui ci si sente al sicuro, con le proprie cose, le proprie certezze, i propri affetti e contemporaneamente i quelli che tolgono l'aria, costringono, chiudono. Ma in tempi di libertà di scelta il luogo di permanenza dovrebbe essere quello che permette la libera espressione di se stessi, quello in cui si può realizzare la nostra vocazione o quello che ci fa stare bene

Le regole della casa del sidro, di John Irving, Tascabili Bompiani, 1985, 611 pagine, Traduzione di Pier Francesco Paolini.
Alla fine del libro, in una Nota dell'autore alcuni aneddoti, origini di nomi e dati medici e citazioni. 

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