Preso a caso in biblioteca perché per una challenge “dovevo” leggere un libro finalista al Premio Pulitzer e mi è capitato davanti, mi ha fatto scoprire una finissima autrice, Elif Batuman, americana di origini turche, proprio come la protagonista di questo piccolo gioiello, che ha tratti ha del nonsense, e che mi ha ricordato un po’ Stoner. (Per completezza, il Premio Pulitzer è quello del 2018, edizione vinta da Less di Andrew Sean Greer, già messo in lista).
L’idiota è Selin, come dicevamo turco-americana, diciannovenne matricola di Harvard del 1995. Appassionata – a tratti direi ossessionata – dalla linguistica, che studia – soprattutto il russo e l’ungherese – la sua difficoltà a comunicare trova sfogo nella scoperta delle email. Metro di misura del mondo, la letteratura è per Selin canale di comunicazione col mondo e quando comincia a parlarne con l’ungherese Ivan tramite email, se ne innamora perdutamente.
Ma le sottigliezze insignificanti sono l’unica cosa differenza fra qualcosa di veramente speciale e una gran massa di merda che galleggia nell’universo. Non me lo sono inventato, l’ha scoperto della gente nell’Ottocento.
Motore della conversazione, un romanzo, Nina in Siberia, che leggendo le note dell’autrice, si scopre essere ispirato a un testo reale: La storia di Vera, scritto in segretezza da un gruppo di insegnanti di russo. Ivan è più grande di lei, studia Matematica, ha molti amici, una ragazza e un voglia incontenibile di conoscere il mondo. Affabulatore, affascinante, ha una famiglia numerosa, quattro sorelle, e una grande gioia di conoscere le persone. Anche Selin ha amiche, tutte un po’ strane a dire il vero, prima fra tutte Svetlana, una slovena tosta e un po’ svampita, secondo cui tutti i nostri comportamenti sono dovuti alla «cultura occidentale». Selin, però, non capisce il modo di divertirsi dei suoi coetanei. Non capisce perché si debba bere alcol, sballonzolare, stare fuori fino a tardi... Ma si adegua, per stare al passo, ma sempre con un occhio rivolto all’interno. È commovente il suo tentativo costante di fare cose che dovrebbero essere normali per una ragazza della sua età e che per lei invece non hanno alcun significato. Lei si identifica del dipinto di Picasso Le Buffet de Vauvenargues, che rappresenta una credenza incasinata che separa due persone appena abbozzate... e, come dice Svetlana, «non è sano identificarsi con i mobili». Ma questo è, lei non può farci nulla.
Le canzoni per ballare consistevano in una sola frase ripetuta all’infinito. Per esempio: «I miss you, like the deserts miss the rain». Perché un deserto doveva provare nostalgia per la pioggia? Non gli andava bene essere un deserto? Perché le cose non potevano essere com’erano e basta? Perché doveva sempre mancare qualcosa?
Quindi, tra gite improbabili in canoa, corse in moto, bagni nei laghi e un viaggio-studio-lavoro che compie nei villaggi rurali dell’Ungheria per insegnare inglese ai paesani e conoscere meglio la cultura di Ivan, Selin impara che Ivan non la ama, anche se si capisce benissimo che vorrebbe ma il suo prossimo trasferimento in California lo rende impossibile, e che in fin della fiera, puoi girare tutto il mondo, ma alla fine resti con te stessa... e te stessa, quella è. Forse non ha imparato nulla, ma forse è cambiato tutto. Solo il tempo lo dirà. Ma noi stiamo con Selin solo un anno, da autunno ad autunno, l’anno della svolta, si potrebbe dire. Ma forse non è nemmeno questo...
La narrazione in prima persona e l’abitudine all’autoanalisi di Selin ci fanno entrare molto in empatia con questa ragazza fragile e contorta. La vicenda è curiosa, ricca di eventi e la lettura è appassionante, ma quello che c’è di davvero interessante nel romanzo è la ricchezza delle citazioni (che sono intelligentemente elencate alla fine del libro): Dickens, Cechov, Baudelaire, Sartre, Proust, Flaubert, Nabokov, Tolstoj, Gogol’, Bram Stoker... per non parlare delle teorie semiotiche e filosofiche sparse con maestria e ironia. Sì, perché il libro è molto divertente, con quella punta di amaro che è la vera ricetta dello spasso intelligente. L’autrice fa forza sulle sue note autobiografiche: lo studio del russo, il viaggio in Ungheria che Batuman ha realmente fatto nel 1996... tutto trova posto in questo affresco di formazione, scritto con incredibile gusto e raffinatezza di notazioni: per esempio, cosa che ho trovato geniale, a un certo punto Selin e Ivan parlano di Dostoevskij, e Selin dice che non gli piace, perché per lui tutto è tragedia, anche i fatti più banali. Il romanzo si chiama L’idiota... è così che la chiama un ungherese durante il viaggio... che alla fine si sia proprio quello che non ci soddisfa?
Intenso, divertente, raffinatissimo.
L’idiota, di Elif Batuman, Einaudi, 2017, 425 pagine. Traduzione di Martina Testa.
Da leggere l’elenco delle citazioni a fine libro da cui trarre ottime letture.
