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Amnistia, di Aravind Adiga

La cosa più chiara che emerge dalla lettura di Amnistia è che ad Aravind Adiga non stanno particolarmente simpatici gli australiani. Eppure – o forse propio per questo – Adiga ha vissuto a Sydney prima di andare negli Stati Uniti, in Inghilterra per poi tornare in India dove risiede tuttora, a Mumbai. Devo dire che non mi ha entusiasmato. L’ho trovato un po’ noioso e ripetitivo. Mi riprometto di leggere La tigre bianca, con cui ha vinto il Booker Prize 2008.

La storia di Amnistia vede protagonista Danny, il Leggendario Uomo delle Pulizie, uno srilankese di Batticaloa immigrato a Sydney per studi a cui è scaduto il visto ed è stato negato lo status di rifugiato. Si ritrova quindi a essere un irregolare in un Paese severissimo – a tratti crudele – in fatto di leggi immigratorie, nonostante i suoi tentativi di integrazione a partire dall’aspetto fisico: ha delle meches dorate che lo rendono in parte biondo. 

Nella casa numero 5, una di quelle che lui pulisce, viene uccisa una donna, Radha. Con lei e con l’amante di lei, Prakash, un indiano brillante e scapestrato, Danny ha un rapporto “quasi” d’amicizia e con loro bazzica in bar e soprattutto in casinò e luoghi in cui si gioca d’azzardo pesante. Danny è convinto che sia stato Prakash a uccidere Radha, ma denunciarlo alla polizia vorrebbe dire denunciare anche sé stesso come irregolare, finire nei guai, essere espulso, dover tornare da suo padre da fallito e lasciare il suo lavoro e soprattutto la sua fidanzata infermiera vegana Sonja. Un bel dilemma morale. La vicenda si svolge durante un’unica giornata, quella successiva all’omicidio, ed è scandita dalle telefonate che Prakash fa a Danny perché vuole che vada a pulirgli la casa in vista di un suo viaggio in Sudafrica, che a Danny sa tanto di fuga. 

La scrittura è molto efficace, ritmata, asciutta. Mi è mancata la parte di suspence, essendo comunque rubricato come thriller. Ma è soprattutto un romanzo che parla di dilemmi morali: da un lato ciò che è giusto, la consegna di un assassino; dall’altro ciò che è meglio per sé: il non consegnarsi a una polizia che sicuramente distruggerà la sua vita e il suo futuro. Cosa farà Danny? 

A Sydney ogni uomo dalla pelle scura prima o poi deve supplicare.

Le parti più interessanti sono quelle che raccontano l’Australia del razzismo e della chiusura mentale; e anche della stupidità dei cittadini, senza troppe velature o timidezze. Gli australiani ne escono proprio male. Ma probabilmente ne uscirebbe male un po’ tutto il bianco e “progredito” Occidente.

Per tutto il giorno quei ragazzi bianchi erano gli schiavi del fattore, ma la sera era quell’uomo dalla pelle scura a essere il loro schiavo. Non era buffo? Abè pensava di sì. Ma è questo il problema dell’Australia: non c’è mai nessuno a cui fare una battuta, perché nessuno si rende conto di un cazzo di niente.

È un libro triste, che lascia pochissimo spazio alla speranza di un lieto fine e che conferma una cosa che può sembrare retorica, ma non lo è: chi è in difficoltà, ha meno, ha molto da perdere, a volte riesce a fare scelte più giuste di chi sta meglio. Banale? Un po’. Ma in fondo, è molto molto vero. 

Alla fine quindi il libro è bello, ma non mi ha completamente convinta, forse perché mi aspettavo una maggiore suspence, ma questo è indubbiamente una mia percezione. Mi ha lasciato la voglia di leggere altro di Adiga.

Amnistia, di Aravind Adiga, La Nave di Teseo, 2020, 309 pagine. Traduzione di Norman Gobetti

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