L’uomo è il capolavoro di Allah e il suicidio è una bestemmia.Ka, turco residente in Germania, è un poeta, ma è anche un giornalista che da Francoforte viene mandato a Kars, al confine tra Armenia, Georgia e Turchia, per scrivere un reportage. Tema: le donne islamiche che si suicidano perché l’università vieta loro di entrare con il velo. Tosto come argomento. In più Ka si troverà nel bel mezzo di un colpo di Stato durante uno spettacolo teatrale – molto amletico, ça va sans dire –, l’omicidio del rettore dell’università di cui è testimone diretto, ad avere a che fare con terroristi islamici, militari nazionalisti e la cosa più ostica di tutte: la propria coscienza spirituale. È ateo? Crede in Allah? E se sì, perché? Ma quello che coinvolgerà più di tutto Ka nel suo soggiorno è il suo amore per Ipek, splendida donna, figlia del proprietario dell’albergo, Turgut, in cui risiede Ka, sorella di Kadife, che è l’amante del personaggio più carismatico e interessante di tutti, il terrorista, presunto mandante dell’assassinio del rettore, Blu.
Non basta essere innocenti, bisogna avere ragione. La maggior parte degli innocenti hanno anche incredibilmente torto. In cosa dobbiamo credere?
Forte del fatto di essere uno straniero, si presume “neutrale”, Ka ha la possibilità di incontrare una serie di persone diversissime, con intenti, desideri e credenze opposte, e si ritrova a fare i conti con la propria crisi esistenziale e, soprattutto, spirituale. E si chiede cosa sia la felicità, se la merita, se la conoscerà mai e quando pensa di sì, se riuscirà a tenersela. E intanto, un Paese è sull’orlo della guerra civile mentre la neve cade, incessante, inesorabile, indifferente, ricoprendo tutto di una coltre di bianco accecante sotto cui tutto scompare...
La penna di Orhan Pamuk, meraviglioso Premio Nobel 2006, è straordinaria. Il romanzo è complesso, pieno di riferimenti storici, di dilemmi religiosi che affondano le radici in un territorio difficilissimo e ricchissimo di cultura. I personaggi minori – Necip e Fazil; gli attori Sunay Zaim e Funda Eser; Muhtar, l’ex marito di Ipek; lo sceicco Effendi; il padre di Ipek e Kadife, Turgut – sono disegnati in modo eccelso. E poi l’ambientazione e le descrizioni della città, della decadenza che viene piano piano ricoperta dalla coltre bianca che tutto cerca di nascondere. Ma la neve dell’anima fa in fretta a sciogliersi e a rivelare il marciume. Ma il marciume di chi? Chi è davvero marcio e chi no? Forse il protagonista stesso di peccati ne ha parecchi da lavare via con la neve...
Pure io sono provinciale, e voglio essere ancora più provinciale e venire dimenticato mentre mi nevica addosso, nell’angolo più sconosciuto del mondo.
L’escamotage letterario di Pamuk inserisce sé stesso sulle orme di Ka, qualche tempo dopo la sua morte. Sta cercando un quaderno verde su cui Ka ha scritto le poesie che compongono la raccolta Neve e che vengono categorizzate per temi sulle punte di un fiocco di neve. Suggestivo, poesia nella poesia.
Ma le parti più interessanti del romanzo riguardano, a mio parere, quelle in cui emerge l’anima dei popoli turco e curdo e quelle in cui i personaggi dibattono di società e religione.
Perché l’errore più grande dell’uomo, l’inganno più grande che sia mai stato fatto è proprio questo: si è sempre confuso l’essere poveri con l’essere stupidi. [...] Così un occidentale, quando incontra uno che viene da una nazione povera, subito prova istintivamente disprezzo nei suoi confronti. Pensa che sia in queste condizioni perché appartiene a un popolo stupido...
Quanto poco sappiamo. Quanto poco cerchiamo di sapere. Quanto l’Occidente è vittima delle sue stesse catene spirituali. Necip dice a Ka che in Occidente qualsiasi testo non occidentale diventa subito “etnico”, mentre noi siamo loro e loro sono noi, indissolubilmente. Ma poi “noi”, “loro”, ma noi chi?, loro chi? I turchi, i musulmani, le ragazze che si uccidono, quelle che si strappano il velo e quelle che lo indossano con orgoglio... tutti figli dello stesso cielo che ricopre loro di freddo bianco mentre decidono cosa vogliono fare delle loro piccole esistenze.
Il romanzo è magnifico, potentissimo, di una poesia senza pari. Ci si innamora dei personaggi per la loro umanità, le loro debolezze, anche i loro marciumi. E un po’ si entra in crisi. Che è la base della scelta, del coraggio e dell’amore. E si studia, anche. E si comprende forse un fiocco di neve in più, o almeno ci si prova. Sarebbe già qualcosa.
Sublime.
Neve, di Orhan Pamuk, Einaudi, 2002, 462 pagine. Traduzione di Marta Bertolini e Semsa Gezgin.
