Si diffondevano folate di effluvi artificiali come a coprire un altro aroma, il puzzo stantio e dolciastro del sangue, che in realtà era amato e impregnava ormai l’intero paese..
Il grande attore Hendrik Höfgen interpreta perfettamente Mefisto, ma non riesce a fare lo stesso con Amleto. Amleto non avrebbe mai barattato la sua anima con il potere. la gloria, il successo. Mai. Amleto muore per vendicare un padre morto assassinato: come fa Höfgen a renderlo, lui che deve la sua strabiliante carriera alle sporche mani di assassini di una nazione intera?
«Io devo poterti recitare! Se fallisco con te, allora sono completamente fallito. [...] Tutta la mia, vita e tutti i miei peccati, tutto il mio grande tradimento e tutta la mia vergogna sono giustificabili sono con la mia arte. Ma sono artista solo se sono Amleto».
«Tu non sei Amleto – gli replicava il principe –. Non possiedi la nobiltà che si conquista solo con il dolore e la conoscenza. Non hai mai sofferto abbastanza e quello che hai conosciuto non aveva per te più valore d’un bel titolo o d’una paga consistente. Non sei nobile perché sei una scimmia del potere, un giullare per lo svago degli assassini...».
Uno Yorick che vive per far ridere il carnefice invece della vittima. Un commediante con un’ambizione sfrenata che lo porta non a vendere l’anima al Führer, più Faust che Mefisto in realtà. Ma da buon commediante qual è, Höfgen vive con una maschera e questa maschera vuole la fama, il denaro e il potere. Diventa intendente, consigliere di Stato e senatore a Berlino, facendoli fuori tutti i suoi amici, i suoi amori.
I personaggi che girano intorno a Höfgen sono tutti sue vittime, anche se lui ne piange le sorti. Barbara, sua moglie, di cui si invaghisce in fretta e si stufa altrettanto in fretta, che finisce esule a Parigi, per ironia della sorte nella stessa città dove finisce la sua amante nera, Juliette principessa Tebab, che lui ama perché lo domina in stivali verdi e frusta rossa, simbolo di vergogna privata e possibile ricattatrice e che per questo finisce minacciata e confinata, seppure mantenuta; Nicoletta, ex moglie di un narcisista geniale, che sposa per interesse; la signora Hedda von Herzfeld e la piccola Angelika, due attrici della sua compagnia amburghese, entrambe innamorate di lui, che lui sfrutta e abbandona; Hans Miklas, nazista della prima ora, deluso, che il suo stesso Regime “fa sparire”, mentre Höfgen, che lo contestava e lo sbeffeggiava sorge e rifulge dal suo cadavere; Dora Martin, la più grande attrice tedesca, che va a vivere a New York e lascia la ribalta a Lotte Lindenthal, un’attricetta mediocre che però è l’amante del braccio destro del Führer e che per questo viene manovrata da Höfgen; e su tutti, rilucente del fungore della moralità, Otto Ulrichs, il “mai piegato”, il puro, una macchia indelebile sulla coscienza del Nostro... Tra Amburgo e Berlino, la carriera di Höfgen decolla partendo dalle macerie e lui fa in fretta a vendersi al nemico. Anima fragile, coscienza di cristallo, l’attore avrà un bel dire che diventa un traditore per la sua arte, ma i soldi, la fama, le belle donne, il cibo, i privilegi infiniti? Non è forse per questo che alla fine il ruolo più importante della sua vita gli è ostico al punto da odiarsi mentre lo recita, nonostante la platea irreggimentata lo osanni, gli spettatori a spellarsi le mani da bravi servi del Potere? Ma lui sa. Lui sa che ha fallito, che ha recitato l’«essere o non essere» in modo rozzo e grossolano, così come sa di essere uno schiavo, corrotto e complice di abomini.
Mephisto è un libro sulla vigliaccheria e su un Paese che da quella vigliaccheria è stato divorato. E sull’illusione di essere puliti mentre di sguazza nel pantano. Klaus Mann – uno dei sei figli del più celebre Thomas e di Katia Pringsheim, figlia di un ebreo e quindi perseguitata durante il Terzo Reich con tutta la sua famiglia – prende a modello per il personaggio di Höfgen l’ex marito della sorella Erika, Gustaf Gründgens, ma ne fa allo stesso tempo un archetipo che trascende le epoche e lo spazio. Un arrivista senza scrupoli, ma con la coscienza martoriata, che in fondo sa di essere un miserabile, ma non riesce a placare la sua ambizione, neanche davanti all’orrore. E cosa c‘è di più contemporaneo di questo, nella nostra disgraziata società dell’apparenza e del successo facile?
Ma intuiva qualcuno dei curiosi, quello che veramente accadeva nel petto di Hendrick mentre si piegava profondamente sulla mano carnosa e pelosa del potente? [...] Paura? Era pressapoco disgusto.. ora mi sono infangato, questo sentiva Hendrik, sconcertato. Ora ho una macchia sulla mia mano, non riuscirò mai più a farla scomparire... ora mi soni venduto... adesso sono segnato!
Klaus Mann disegna un ritratto straordinario della Germania di quegli anni, con un occhio chiuso e l’altro socchiuso a spiare le orrendezze che stavano arrivando, muta, intenta a raccattare tutto quello che c’era. La maggior parte dei personaggi del romanzo sono dei poveretti che si barcamenano come meglio riescono tra l’abiezione e il sangue, cercando di non strozzarsi con la propria colpa. La Storia avrà la sua vendetta, ma troppi sono morti o usciti pazzi da quest’epoca di lucida follia.
Un romanzo da leggere, assolutamente, con lo sguardo aperto a oggi, alla nostra Storia quotidiana e ai nostri confini... sempre più disegnati sull’orlo del baratro... Stupendo l’inizio del VII capitolo «Il patto con il Diavolo», dove Mann descrive l’avvento ormai conclamato e inarrstabile del nazismo.
Vorrei chiudere con una parte bellissima in cui Mann descrive il Führer in modo grottesco e ferocemente satirico in occasione del suo incontro con Höfgen:
Il Potere aveva, sotto una fronte insignificante, sfuggente, su cui ricadeva la leggendaria ciocca di capelli unti, uno sguardo morto, fisso, come cieco. [...] L’attore notò che il Potere era privo di nuca. Sotto la camicia bruna sporgeva un ventre senza sostegno. Il Potere parlava piano per attutire lo sgradevole effetto della voce acuta e gracidante. Usava parola difficili per dimostrare all’attore istruzione. «Gli interessi della nostra cultura nordica richiedono l’impegno di un individuo energico, razzialmente autocosciente e consapevole della propria meta», pontificava il Potere, cercando di reprimere l’influenza dell’originario dialetto meridionale e di parlare un bel tedesco puro, che in quella bocca suonava come la nenia di uno scolaretto zelante che ha imparato a memoria la lezione non capita.
Mephisto, scritto da Mann nel 1936, durante l’esilio in Olanda, ha subito due censure: da parte del Regime nazista che naturalmente non ne volle la pubblicazione e da parte della Germania Ovest, nel dopoguerra, perché l’erede di Gründgens ne chiese il blocco con la vittoria legale alla fine di una causa per diffamazione del defunto Gustaf. Il romanzo venne finalmente pubblicato in Germania nel 1981.
Mephisto (Romanzo di una carriera), di Klaus Mann, Emme Edizioni, 1982, 276 pagine. Traduzione di Fulvio Ferrari e Marco Zapparoli. Attualmente risulta non disponibile in commercio. Alla fine di questa edizione c’è un interessantissimo ricordo di Klaus Mann a Gustaf Gründgens che racconta il contesto in cui nasce il romanzo
