Ci sono molte storie di guerra da raccontare. Le sentirete tutte. Ma ricordate che tra chi si è perso, c’è qualcuno che ce l’ha fatta. Tra i draghi ci saranno sempre gli eroi. Anche lì. Anche allora. E di quelle storie finite in sconfitta, storie di morte e di orfani che vagano tra le rovine, alcune sono finite anche nell’altro modo.
Quella di Wayétu Moore non è una storia incredibile, leggendaria, assurda. È una storia “normale”, come quella di tantissime persone vittime delle guerre, quelle sì assurde, che ogni giorno si combattono in disparate parti del mondo. Qui siamo in Africa, in Liberia, durante la Prima Guerra Civile (1989-97) intrapresa dai ribelli che vogliono spodestare il signore della guerra Samuel Kanion Doe ,del gruppo etnico dei Khran, in nome di altri signori della guerra: Prince Johnson e Charles Taylor, che misero a ferro e fuoco il Paese fino alla tortura e uccisione di Doe.
Niente di nuovo sul fronte mondiale, direi, lo griderei, soprattutto oggi quando oggi... va beh, ma queste cose le sappiamo. Sono ormai parte della nostra quotidianità. Sentir parlare di rastrellamenti, genocidi grandi o piccoli, profughi, gente che scappa, che resta senza casa, senza niente, famiglie lacerate da morti e sequestri di persona... dai, non siamo ormai assuefatti a tutto questo, noi occidentali, che le guerre le vediamo (per ora!) in televisione, con una bella dose di chilometri fisici e culturali tra noi e queste situazioni al limite dell’essere umano? E invece queste guerre ci riguardano tutti, non solo perché il mondo – udite udite! – è uno solo, ma perché le persone che riescono a scappare, dove vanno? Sono i nostri vicini, i nostri colleghi, i nostri compagni di scuola, i fidanzati dei nostri figli... ma non è poi assurdo dire “nostri”, “loro”?... “Loro” sono i “noi” che ce l’hanno fatta.
Come Wayétu Moore, che in questo I draghi, il gigante, le donne racconta di sé e della sua famiglia, con gli occhi prima di una bambina che subisce e poi di una donna che affronta. Nel 1989 Wayétu, Tutu, ha cinque anni, due sorelle, K e Wi, un papà, Gus, una nonna, Ma, e un nonno, Pa. Quando i ribelli arrivano, costringendoli a scappare, l’unico pensiero è quello di raggiungere la madre, Mam, che è lontana, in America, dove vive per completare un master e di cui Tutu sente una disperata nostalgia. La guerra per Wayétu è andare dalla mamma, finalmente, e anche se i pericoli sono tanti, quell’obiettivo è per lei più forte di tutto.
Le spedizioni al mercato, le camminate al pozzo, adesso sono fantasmi tra di noi. Quei giorni di dolcezza sono stati ridotti in cenere. Hawa Undu non morirà mai. Il suo spirito continua a vivere, si muove in mezzo all’avidità di questi tristi eroi, un tempo tutti principi, un tempo tutti uomini dalle migliori intenzioni.
In fuga dai draghi, i ribelli (con a capo la figura leggendaria di Hawa Undu che Tutu identifica con Doe), aggrappata al suo gigante-papà, lei e le forti donne Moore affrontano un viaggio tanto pericoloso quanto, ahimè, comune tra le famiglie che vivono durante le guerre, fino a che arriva una ribelle, Satta, che sarà paradossalmente il loro angelo traghettatore verso la libertà, il futuro, l’America... che per queste popolazioni, una volta, era ancora la Terra Promessa.
Così noi, venuti da Liberia e Nigeria ed Etiopia, da Ghana e Senegal e Repubblica Democratica del Congo, da Kenya, da Zambia e da ogni altro Paese, spinti sull’oceano da quelle squame e denti digrignanti [...] ci alleniamo a essere bianchi, essere americani, essere tutto quello che non siamo. Impariamo le parole, le abitudini, la rabbia, i modi [...] Accettiamo le prese in giro, i soprannomi, le incomprensioni, le frasi come «In Africa cavalcate le giraffe?» e «Lì ce l’avete tutti una casa?» e «Gli africani sono troppo aggressivi» e [...] «Beh, non sembri africana» e [...] «Grace Jones» e [...] «Ma perché hanno macchine di lusso e vivono in case popolari?» e [...] «Questa volta non possiamo darle la promozione» [...] Noi incassiamo tutto.
Passando tra la narrazione in prima persona di sé stessa e di Mam, Moore racconta una storia ricchissima, senza pietismi, poetica ma crudelmente realistica, con un lieto fine che arriva come una carezza e un pianto liberatorio. E il rientro in Liberia a distanza di anni, nella pace, è un viaggio non iniziatico, ma di ritorno alla memoria che mai potrà sbiadire.
«La notte guardati allo specchio, e quando inizi a vedere che non sei più la stessa, torna a casa».
Perché anche nella grande America, le “ragazzenere” devono sempre e comunque lottare, questo è il loro destino, per avere il proprio legittimo posto nel mondo, facendo comunità contro i pregiudizi e le avversità. Non è facile, ma rende molto molto ricchi. E quanti possono dire di avere avuto un lieto fine? Moore con questo libro, amleticamente, parla per coloro che sono caduti o che hanno visto cadere i propri amori, rimanendo con un pugno di cenere. Perché il libro ci dice anche un’altra cosa: ovvero che, non importa che tu sia africano, americano, europeo... è più facile salvarti se hai qualcuno che intercede per te con soldi e un passaporto utile...
All’epoca non c’era nulla che avesse lo stesso sapore del mio paese. [...] Questo era tutto ciò che sapevo di casa mia a quel tempo: vivevo in un posto così dolce da far cantare le parole.
Un libro molto bello, che alterna momenti molto crudi a sospiri di sollievo, con un finale che lascia in bocca il sapore della zuppa di pesce, negli occhi il colore dei lappa e nelle orecchie le dolci note della ninnananna di Miriam Makeba, «Suliram ram ram»...
I draghi, il gigante, le donne, di Wayétu Moore, edizioni e/o, 2020, 281 pagine. Traduzione di Tiziana Lo Porto
